7.0
- Band: UNEARTHLY TRANCE
- Durata: 00:52:00
- Disponibile dal: 24/02/2017
- Etichetta:
- Relapse Records
- Distributore: Audioglobe
Sicuramente tra le formazioni più convincenti della scena sludge coeva, tornano gli Unearthly Trance, che con questo sesto album offrono una prova concreta e non priva di interessanti variazioni sul tema. Se infatti la matrice che fa capolino fin dal primo brano – come in passato – pare essere quella dei Neurosis, il trio di New York riesce a emanciparsi con classe, mostrando sia altre influenze di spicco che estrema personalità. Si entra nel vivo del gioco con “Dream State Arsenal”, che parte come una sinfonia di larsen e feedback avvolgente, per trasformarsi in un maglio d’acciaio che ci colpisce in faccia con ritmi rallentatissimi e paludosi; tra un riff cadenzato, la batteria quadrata e il cantato di Ryan Lipynsky: una delle voci più espressive della scena. Non manca il ricorso a un arpeggio struggente sul finale, e questa dimensione acustica tornerà a far capolino più volte, pur brevemente, nel resto dell’album. “Scythe” sono i Black Sabbath rivisti attraverso l’occhio marcio degli Eyehategod, cui del resto i Nostri hanno reso esplicitamente omaggio in un noto album-tributo collettivo del 2006, con un riff uscito dall’inferno: lento come le Poste Italiane, avvolgente come una sauna. Pezzi come “Famine” o “The Great Cauldron” sono granitici pilastri contro cui andare a sbattere e spaccarsi i denti, in cui le chitarre sanno alternare sfuriate e meditazioni, mentre la voce regala i momenti più aggressivi e sguaiati dell’intero lotto. “Lion Strength” è il pezzo più vicino a Scott Kelly & co. – doverosamente citati in apertura, ma appunto non seguiti in maniera pedissequa; qui è particolarmente interessante l’intermezzo sussurrato, alle soglie della ghost track, nella parte centrale, prima dell’esplosione finale che funge da introduzione alla successiva “Invisible Butchery”. Che è sicuramente il pezzo più morboso e cattivo dell’album: le ritmiche scendono alle soglie del collasso e la voce si fa inintelligibile, gorgogliante ed efficacissima. Gli episodi finali sono ancora ottime rivisitazioni dei Maestri, sull’affascinante crinale tra doom primevo e sludge di gran mestiere. Poco meno di un’ora, insomma, in cui non avvertiamo né cali di tensione, né il senso di noia e ripetizione frequente in questo genere. Riprese con forza le buone impressioni emerse dai loro lavori precedenti, i newyorkesi si confermano una band da tenere in riguardo.
