UNEARTHLY TRANCE – Stalking The Ghost

Pubblicato il 15/03/2017 da
voto
7.0
  • Band: UNEARTHLY TRANCE
  • Durata: 00:52:00
  • Disponibile dal: 24/02/2017
  • Etichetta: Relapse Records
  • Distributore: Audioglobe

Sicuramente tra le formazioni  più convincenti della scena sludge coeva, tornano gli Unearthly Trance, che con questo sesto album offrono una prova concreta e non priva di interessanti variazioni sul tema. Se infatti la matrice che fa capolino fin dal primo  brano – come in passato – pare essere quella dei Neurosis, il trio di New York riesce a emanciparsi con classe, mostrando sia altre influenze di spicco che estrema personalità. Si entra nel vivo del gioco con “Dream State Arsenal”, che parte come una sinfonia di larsen e feedback avvolgente, per trasformarsi in un maglio d’acciaio che ci colpisce in faccia con ritmi rallentatissimi e paludosi; tra un riff cadenzato, la batteria quadrata e il cantato di Ryan Lipynsky: una delle voci più espressive della scena. Non manca il ricorso a un arpeggio struggente sul finale, e questa dimensione acustica tornerà a far capolino più volte, pur brevemente, nel resto dell’album. “Scythe” sono i Black Sabbath rivisti attraverso l’occhio marcio degli Eyehategod, cui del resto i Nostri hanno reso esplicitamente omaggio in un noto album-tributo collettivo del 2006, con un riff uscito dall’inferno: lento come le Poste Italiane, avvolgente come una sauna. Pezzi come “Famine” o “The Great Cauldron” sono granitici pilastri contro cui andare a sbattere e spaccarsi i denti, in cui le chitarre sanno alternare sfuriate e meditazioni, mentre la voce regala i momenti più aggressivi e sguaiati dell’intero lotto. “Lion Strength” è il pezzo più vicino a Scott Kelly & co. – doverosamente citati in apertura, ma appunto non seguiti in maniera pedissequa; qui è particolarmente interessante l’intermezzo sussurrato, alle soglie della ghost track, nella parte centrale, prima dell’esplosione finale che funge da introduzione alla successiva “Invisible Butchery”. Che è sicuramente il pezzo più morboso e cattivo dell’album: le ritmiche scendono alle soglie del collasso e la voce si fa inintelligibile, gorgogliante ed efficacissima. Gli episodi  finali sono ancora ottime rivisitazioni dei Maestri, sull’affascinante crinale tra doom primevo e sludge di gran mestiere. Poco meno di un’ora, insomma, in cui non avvertiamo né cali di tensione, né il senso di noia e ripetizione frequente in questo genere. Riprese con forza le buone impressioni emerse dai loro lavori precedenti, i newyorkesi si confermano una band da tenere in riguardo.

TRACKLIST

  1. Into The Spiral
  2. Dream State Arsenal
  3. Scythe
  4. Famine
  5. Lion Strength
  6. Invisible Butchery
  7. The Great Cauldron
  8. In the Forest's Keep
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