UNMOTHER – State Dependent Memory

Pubblicato il 10/02/2026 da
voto
7.5
  • Band: UNMOTHER
  • Durata: 00:38:18
  • Disponibile dal: 20/02/2026
  • Etichetta:
  • Fiadh Productions

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A cinque anni dall’esordio “Lay Down the Sun”, per gli Unmother è di nuovo tempo di dare voce alle ambientazioni fredde, grigie e metropolitane di quella Londra che ha dato loro i natali, plasmando un suono da cui filtrano – come sospese nella pioggia e nei vapori che si levano dai tombini – storie di alienazione urbana, decadenza morale e lotta di classe.
A fare da cornice a questa narrazione, scandita dalla vocalità sofferta del frontman greco V. (Voak, Τέλμα), un post-black metal nel quale il gruppo britannico combina un approccio algido, spigoloso e vagamente dissonante, memore di certe suggestioni industrial, con una serie di sguardi lanciati al mondo dark wave/post-punk che – senza alleggerire in modo significativo le trame – ne ampliano la gamma espressiva, ne sfumano alcuni passaggi, nel solco di un songwriting sobrio e attento a mantenere vivo il suo messaggio politicizzato.

Cavalcando l’hype generatosi nell’underground attorno a un disco come “Confusion Gate”, si potrebbero citare gli Yellow Eyes per inquadrare la proposta dei Nostri, almeno da un punto di vista concettuale e della volontà di fondere armonia e dissonanza in un contesto black metal dal taglio moderno e sperimentale, per quanto i ragazzi non vantino (ancora) la classe e la personalità del gruppo di New York e l’offerta racchiusa in questo “State Dependent Memory” sia tendenzialmente più omogenea e asciutta di quella della band dei fratelli Skarsrtad, con un lavoro di stratificazione ridotto e un’atmosfera che solo nel finalissimo – la strumentale “Magda” – si concede qualche spiraglio luminoso, fra un’intro dal sapore pastorale e delle punteggiature di synth particolarmente vivaci.
Preso atto della cosa, quello che ci si trova di fronte è comunque un album in grado di insinuarsi fra gli ascolti settimanali con la forza di un’interpretazione ‘di pancia’ – da cui traspare tutto lo scoramento del quartetto verso la società contemporanea – e di una scrittura che sceglie di non arrendersi ai cliché del genere a base di alternanze di piano/forti, crescendo poderosi e strutture dilatate anche in mancanza di idee sufficienti a sostenerne la verbosità.
Non a caso, l’opera si attesta sui quaranta minuti scarsi di durata, mentre la scrittura rielabora un certo tipo di tradizione norvegese sostituendo le foreste con i palazzi, la neve con il cemento, e innervando i brani di influssi che abbracciano tanto i clangori dei Godflesh quanto la viziosità dei Killing Joke, per un flusso in cui persino la cover di “Attiki Victoria”, originariamente composta dal progetto synthwave ΟΔΟΣ 55, trova un suo senso preciso, ribadendo la profonda organicità alla base della tracklist e dell’immaginario sonoro del quartetto (a questo proposito, si guardi anche l’artwork).

In definitiva, in un panorama post-black metal spesso preso dall’intellettualismo fine a se stesso e dalla reiterazione di spunti altrui, gli Unmother si confermano una realtà autentica e concreta, qui in grado – sull’onda di episodi come l’opener “My Armor”, la title-track o la suddetta “Magda” – di proseguire su un cammino artistico che, in piccolo, dimostra di stare ricercando una sua voce e una sua personalità.

TRACKLIST

  1. My Armor
  2. Bear Hug
  3. Modern Dystopia
  4. Attiki Victoria (ΟΔΟΣ 55 cover)
  5. State Dependent Memory
  6. Magda
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