7.5
- Band: UPON STONE
- Durata: 00:31:57
- Disponibile dal: 19/01/2024
- Etichetta:
- Century Media Records
Prosegue a passi spediti la carriera degli Upon Stone, quattro ragazzi svezzatisi all’interno del circuito hardcore punk di Los Angeles e rimasti poi folgorati da quel mix di ferocia e orecchiabilità, tecnica e melodia, alla base del caro vecchio melodic death metal svedese. Così, dopo un EP del 2021 prodotto nientemeno che da Taylor Young (Nails, Suicide Silence, Twitching Tongues), date di supporto a gente come The Halo Effect e Xibalba e la firma di un contratto per il colosso Century Media, ecco il gruppo californiano battezzare questo 2024 con il proprio debut album, il quale – fin dalla copertina di Andreas Marschall – riavvolge lo spaziotempo alla prima metà degli anni Novanta e, più precisamente, alle vie innevate di Göteborg frequentate dagli allora giovanissimi At the Gates, Dark Tranquillity e In Flames. Nomi a cui si potrebbero affiancare quelli underground di Eucharist o Gates of Ishtar, e che allo sguardo dei Nostri appaiono evidentemente come dei pilastri inamovibili, dei fari con cui orientarsi durante il processo di songwriting, nell’ottica di un suono derivativo quanto si vuole, eppure – ancora una volta – efficacissimo.
D’altronde, se è vero che non si contano le band che regolarmente celebrano i fasti di un “Lunar Strain” o di uno “Slaughter of the Soul”, in quante possono vantare il tiro e la capacità di confezionare piccole hit di questi americani? Se riduciamo il discorso all’impatto e all’autorevolezza delle trame, gli Upon Stone approdano direttamente in Serie A con nove brani (inclusa una cover di “Dig Up Her Bones” dei Misfits) dalla veemenza e dall’intensità palpabili, frutto sia di un entusiasmo prettamente giovanile, sia di doti tecnico-compositive sopra la media, le quali consentono a molti degli episodi di restare in testa senza per questo ricorrere a trucchetti (tastiere, voci pulite e tutto quel corollario di soluzioni ‘pop’ caro a molti senatori) o a banalità di vario tipo.
Qui, per fortuna, la differenza la fanno un guitar work di stampo melodic death/thrash arrembante e furente, una sezione ritmica a dir poco ficcante (basti sentire le ripartenze in blast-beat di “Dusk Sang Fairest”) e uno screaming invasato che, nel suo essere palesemente ispirato a quello di ‘Tompa’ dei tempi d’oro, non molla mai la presa dettando i tempi di una narrazione euforica e fluida.
Sulla personalità, invece, c’è ancora chiaramente da lavorare, ma non ci sembra il caso di penalizzare una formazione di ventenni nata appena tre anni fa per questo motivo; forte di pezzi del calibro della title-track e di “Onyx Through the Heart” e di una resa sonora impressionante sempre a cura di Young, “Dead Mother Moon” si impone nel giro di pochissimi ascolti per la sua vivacità dal sentore notturno, finendo direttamente tra le rivelazioni (melodic) death metal degli ultimi mesi. Avanti così!
