7.0
- Band: URAL
- Durata: 00:33:08
- Disponibile dal: 24/04/2026
- Etichetta:
- Xtreem Music
Ringhiosi e graffianti, tornano in azione i piemontesi Ural. A distanza di tre anni dall’ultimo “Psychoverse”, la band di Torino ci presenta oggi il quarto capitolo in carriera sulla lunga distanza.
Selvaggio, arcaico, futuristico: questo l’aspetto dell’onnipresente lupo, ormai fisso al centro delle copertine dei loro lavori. In una mano un trapano a doppia trivella, nell’altra un’ascia preistorica, a simboleggiare il doppio volto dell’umanità, ormai destinata ad un’involuzione genetica che la porterà inevitabilmente a distruggere il mondo circostante ed alla sua stessa rovina.
Una bestia assetata di sangue, consumata da un’insaziabile bisogno di vendetta che si tramuta nei nove pezzi di “Anthropic Genetic Involution”.
Anche questa volta, la linea metal degli Ural segue quella intrapresa sin dagli esordi: una mistura di thrash-crossover ben incastonata nei favolosi anni ’80 con l’adesivo degli Anthrax in bella mostra. Ma nel nuovo album è doveroso segnalare un passo in avanti rispetto al passato: una maggiore personalità, in realtà già scovata in “Psychoverse” che trova ulteriore sdoganamento (forse troppo) nel nuovo disco.
In che modo? Nell’inserire interessanti spunti in fatto di tecnica e varietà, arrotondando la proposta con trame inerenti la variante prog del genere, chiamando in causa realtà storiche come i Voivod, con gli ovvi ed opportuni paragoni.
Tali sperimentazioni risultano manifeste sia nell’opener “Extreme Paranoia” sia nella successiva “Break The Fall”, in cui entra prepotentemente in gioco la famosa combinazione thrash-crossover, assoluta arma vincente del quartetto torinese. Buono il lavoro delle chitarre, operato da Alex Gervasoni ed il nuovo entrato Luca Maggi, autori di continui passaggi tra i classici tappeti di riff e linee più ricercate; tale alternanza si assesta ai repentini cambi di ritmi messi a segno dal drummer Filippo Torno.
Esperimenti gradevoli, ultimati nella versione rivista in chiave metal del pezzo “Flat Black” del compositore americano J.J.Johnson, per il quale gli Ural si sono avvalsi del trombonista piemontese Sergio Chiricosta.
La smaniosa ricerca di andare oltre certi canoni, ha tuttavia decretato anche delle piccole contraddizioni, non tanto a livello qualitativo (gli interpreti come detto hanno sicuramente centrato l’obiettivo) quanto sulla composizione dei vari brani.
Spesso, infatti, è come se il binario principale del pezzo debordi a favore di nuove soluzioni, facendo perdere la bussola all’ascoltatore: “Rat In A Cage” per esempio, parte a razzo, tambureggiando un tema molto caro agli Exodus, ma quando ci si attende un refrain a coronamento della grintosa e spedita strofa ecco che la trama cambia improvvisamente, lasciando un leggero amaro in bocca per un qualcosa che si sarebbe potuto sviluppare in modo diverso e magari più orecchiabile.
Un neo che va quindi a rappresentare l’altra faccia della medaglia del nuovo “Anthropic Genetic Involution”: sia in “God of Lies”, sia in “Open Scars”, ad esempio, vi sono continui cambi d’approccio, integrando troppe idee contemporaneamente, perdendo così la propria direzione.
Una nota che non deve essere assolutamente vista come una pecca o lacuna, ma, di contro, deve essere tenuta in considerazione con atteggiamento critico e costruttivo, così da affinare ulteriormente il prossimo colpo ed equilibrare le due componenti.
