6.0
- Band: URKRAFT (NO)
- Durata: 01:03:37
- Disponibile dal: 05/06/2026
- Etichetta:
- Dusktone
Il primo approccio a questa one-man band può non essere dei più promettenti: il paese di provenienza è la Norvegia, il genere suonato è prevedibilmente un black metal di puro stampo norvegese, l’ispirazione è chiaramente la scena degli anni Novanta, la registrazione non è delle migliori e anche il nome non risulta troppo originale, dal momento che esiste un altro gruppo danese di nome Urkraft, attivo da più di trent’anni e dedito al melodic death metal. Inoltre, l’album si inaugura con un intro di impostazione ambientale e – indovinate – c’è anche un outro, peraltro molto simile alla parte arpeggiata all’inizio della storica “A Fine Day To Die” dei Bathory.
Andreas Wærholm, questo il nome del polistrumentista in questione, porta avanti la sua creatura da circa un decennio, ha già prodotto un paio di album, non distanti da questo odierno, e, oltre ad occuparsi di tutti gli strumenti, del songwriting e della produzione, è responsabile anche dell’artwork di questo “Naturens Skrik”, che rimanda anch’esso alla Norvegia degli anni Novanta e in particolare ai Limbonic Art, uno dei tre nomi tutelari di quest’opera; gli altri due sono i primissimi Ulver e Arcturus. L’unico apporto esterno sembrerebbe essere quello dato dal texano Jack Control, che si è occupato del mastering.
L’album è dominato dalle tastiere, questo è il principale motivo dell’accostamento ai Limbonic Art e agli Arcturus, mentre le chitarre elettriche, assolutamente aderenti ai canoni del genere, raggiungono discreti livelli di zanzarosità; le parti acustiche rimandano invece agli Ulver di “Bergtatt – Et Eeventyr I 5 Capitler”.
Il basso si percepisce bene sulle note alte, ma sparisce completamente su quelle basse, se ne avvertono solo le frequenze ma non la dinamica; la voce sembra provenire da un’altra dimensione – o più prosaicamente dalla stanza accanto – sia quando produce gli scream classici del black metal norvegese – ma molto effettati – che quando si cimenta in cori, appena udibili, che rimandano a quelli di Garm sui primi album degli Arcturus. Nulla risulta comunque più ostico della batteria programmata, la quale non prova neppure per un minuto a sembrare naturale; quest’ultima è piuttosto assimilabile a una percussione da musica industrial e caratterizza fortemente il lavoro, che però non pare conciliarsi alla perfezione con tale scelta.
I pezzi da segnalare sono il primo dopo l’intro, “Marionett”, grazie a delle tastiere ficcanti ed efficaci che rimandano ai primi classici dei Limbonic Art, la successiva e cadenzata “Jærtegneren”, la quale ricorda invece qualcosa di “Aspera Hiems Symfonia” degli Arcturus, la title-track “Naturens Skrik” e la precedente strumentale “Malstrøm”, traccia che funge da introduzione e che fornisce un po’ di tregua all’incessante martellamento meccanico dei blast-beat della batteria programmata, concentrandosi invece sulle atmosfere, tutto sommato interessanti e ben riuscite.
In generale, il suono, pur nella sua imperfezione, risulta comunque coeso e riesce a mettere in risalto qualche felice intuizione di Wærholm, perché ciò che salva l’album dal disastro è che in fin dei conti le idee effettivamente ci sono, ed è un vero peccato che suono e arrangiamenti affossino un po’ il tutto, non rendendo giustizia a dei passaggi che rivelano un discreto gusto e una dose non esagerata, ma rilevabile, di creatività. In quest’ottica, anche la provenienza geografica va intesa come una marcia in più: un norvegese che fa black metal non fa certo notizia, ma Wærholm è bravo a trattare sapientemente la materia, e quando cita i maestri lo fa con cognizione di causa e rispetto, nonostante all’epoca dei capolavori della scena fosse appena un bambino; è come se le melodie, le ritmiche e gli scenari immaginifici di quegli anni lo avessero plasmato nel profondo, a giudicare da come riesce a riproporli con fedeltà, ma senza scopiazzarli platealmente.
Qualche afflato più contemporaneo ci sarebbe anche, in particolare nelle parti di sintetizzatore, il cui utilizzo può essere talvolta accostato agli Oranssi Pazuzu o ai Dødheimsgard: purtroppo, però, come già sottolineato, il suono generale dell’album non risulta adeguatamente curato per apprezzare realmente questi apporti. Curiosamente, “Aspera Hiems Symfonia” o “Moon In The Scorpio”, a differenza di alcuni dischi storici del black norvegese più ortodosso, sono album con un suono di tutto rispetto per i tempi in cui sono stati registrati, e oggi, a distanza di trent’anni, reggono ancora bene, pertanto Wærholm non può nemmeno rivendicare una sorta di continuità lo-fi con le sue principali fonti di ispirazione.
Il disco, infine, è molto lungo – più di un’ora – e arrivare all’ultima traccia risulta un po’ faticoso, più per gli effettivi problemi di registrazione e mixaggio già sottolineati che per il songwriting, il quale, anzi, appare più ispirato e ambizioso rispetto ai lavori precedenti; peccato però che il miglioramento non coinvolga anche il lato più prettamente tecnico dell’album in questione, aspetto magari non cruciale, ma nemmeno così secondario.
