6.0
- Band: V
- Durata: 39:50
- Disponibile dal: 13/09/2019
- Etichetta:
- Suicide Records
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Secondo giro di boa discografico per la formazione capitanata dall’ex batterista dei Katatonia Daniel Liljekvist. La storia della band non è poi molto chiara: si legge che le origini – tutte svedesi – del progetto risalgano addirittura a 20/25 anni fa, anche se il primo full-length esce per Suicide Records solo nel 2017, poco dopo un EP dal nome ambiguo (“VI” o “V-I”, anche qui poca chiarezza). A completare la formazione permane il cantante e sound engineer Andreas Baier (anche in Afgrund e Besvärjelsen), il chitarrista Jonas Gryth e il bassista /vibrafonista Marcus Lindqvist. Un piccolo mondo avvolto da nebbia e mistero, che però aveva svelato negli ultimi anni, le sue carte musicali in maniera piuttosto canonica, senza grandi scossoni.
Con “Led Into Exile” le coordinate restano più o meno le stesse del precedente “Pathogenesis” e l’aura di mistero e oscurità che aleggia dietro il progetto viene resa ancora più determinante da questo racconto da cui il disco prende le mosse. Mondo post-apocalittico, plumbeo, caustico, in mezzo ad un esilio nelle terre di Finnmark. I territori sono quelli del post-metal/sludge doomeggiante prettamente scuola Yob, con alcune derive più malinconiche e tinte post-rock à la “Somewhere Along The Highway” (che capeggeranno nel finale). Il concetto di base però è ruvido e buio, con pochissimi sprazzi di luminosità, soprattutto nella prima parte, almeno fino a “Hostage Of Souls”, che introduce alcune tonalità più placide, ma dove regna perennemente desolazione e mestizia. A tratti Cult Of Luna, di quelli più ancorati al territorio, i V non si inerpicano in territori extra-ordinari o particolarmente desueti, ma restano arroccati in quelle dinamiche canoniche arpeggio soft/schitarrata doom che ben conosciamo. Alcuni brani, come la centrale “Phantasmagoria” (forse uno dei pezzi più interessanti) riescono a far trapelare una certa dose di fascino – soprattutto di scuola Amenra – soprattutto nei toni del grezzo ma efficace Baier. La seconda parte del disco insiste soprattutto su altri pattern canonici, come la acustica “None Shall Rise Again” (davvero non è Scott Kelly?) e la finale titletrack con il suo crescendo (quasi) doveroso.
A conti fatti “Led Into Exile” è un album solido, semplicemente efficace e piuttosto canonico. Non abbaia, non sferza scudisciate e non presenta neanche un estro particolarmente significativo. Si arrocca invece su un sentire decisamente consueto, che potrebbe comunque donare un piacevole ascolto per i fan acerrimi del genere. Ma nulla di più.
