7.0
- Band: VACUA
- Durata: 00:36:07
- Disponibile dal: 07/11/2025
- Etichetta:
- Hidden Marly Production
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Attivi in quel di Roma dal 2023, i Vacua esordiscono con un EP omonimo che sprigiona un feroce black metal dalle tinte medievali, per arrivare poi, oggi, al primo full-length, “Mater”. La band, che canta in italiano, porta con sé un immaginario affascinante, con una copertina misteriosa e un fare misticheggiante, sanguigno e virulento, che prende spunto tematicamente nella narrazione del nostro legame con la natura, con Madre Terra, la sua violazione e l’autodistruzione che ne consegue, nonché un tributo a coloro che veneravano la Natura glorificandola e offrendosi come sacrificio terreno, come le Janare, le tipiche streghe dell’Italia meridionale; è proprio una Janara, simbolo di vendetta e dannazione, la protagonista simbolica dei testi di “Mater”, un viaggio nella mente.
Questo, più o meno, quanto ci dicono proprio i Vacua in fase di presentazione, ma sta a noi decifrare cosa troviamo una volta premuto ‘play’, e faccenda si fa interessante quando un black metal piuttosto crudo e basilare si affaccia dalle casse del nostro lettore. Il disco è infatti suonato tenendo il suono abbastanza lo-fi, sebbene la produzione risulti a modo suo curata: l’ascolto in cuffia è particolarmente appagante, in quanto sebbene di primo acchito le chitarre aspre e affilate della band sembrino perforarci i timpani senza troppi complimenti, queste trasmettono nelle cuffie una certa profondità, una sorta di inquietudine che sorregge il racconto. Si ravvisa un tentativo quasi ipnotico nella continua riproposizione di alcuni riff che si abbarbicano attorno allo scheletro delle canzoni (si senta il finale ossessivo di “Agoraphobia” o l’incedere sgraziato di “Dissolto”), ma, in genere, il disco riesce a non essere monotono. Le canzoni sono molto melodiche, pur nella loro scarna crudezza, e, seppur apparentemente semplici, riescono a lasciare scampoli di una sorta di malinconia. Il merito è nell’uso delle chitarre: viscerale, con dei riff caldi e semplici, poco elaborati ma d’effetto (apertura e incedere della buonissima “Aura Glaciale”), che trasudano una melodia molto mediterranea e sulfurea, e che ben fanno da supporto al cantato in italiano. Per contro, questo loro essere molto diretti li fa divenire quasi ‘solo’ un tappeto, protagonisti in funzione di tutto il resto. La cosa non è un difetto, ma a modo suo rende le sette canzoni presenti in “Mater” un pochino troppo simili l’una all’altra, senza un giro di chitarra che colpisca più di un altro, e dove in alcuni casi la band sembra ancora in una fase in cui si accontenta di alcuni ‘buoni’ momenti senza andare a cercare la perfezione. Stiamo parlando di una scelta stilistica che punta molto sull’atmosfera e che rende il disco un tutt’uno, anche dopo ripetuti ascolti, restituendo alla memoria le sensazioni più che i singoli passaggi. La cosa comunque funziona e riporta in alcuni casi ad un black metal di fine anni Novanta, ben trasportato nella realtà di un centro Italia brado e inospitale.
Al netto di qualche momento non ancora troppo a fuoco – il main riff di “Trasmigrazione” ha una struttura semplice e che sa di soluzione già sentita, un po’ comoda, come il rallentamento finale di “Falce Dei Reietti”, canzone molto gustosa altrimenti – “Mater” è un disco che riesce a lasciare addosso qualcosa, che si distingue, rivelandosi un album grezzo ma musicale, non incredibile nella sua esposizione, ma sicuramente a fuoco, in definitiva piuttosto riuscito. Da affinare qualcosa, ma li terremo sicuramente d’occhio.
