VALIENT THORR – Old Salt

Pubblicato il 21/08/2016 da
voto
7.5
  • Band: VALIENT THORR
  • Durata: 00:43:52
  • Disponibile dal: 29/07/2016
  • Etichetta: Napalm Records
  • Distributore: Audioglobe

Non è per nulla facile mantenersi freschi e appassionanti suonando del ‘semplice’ rock’n’roll metallizzato, imbastardito di punk e southern rock, quando si approda al settimo lavoro su lunga distanza. I Valient Thorr ci erano riusciti perfettamente fino al precedente “Our Own Masters”, incanalando un’esagitazione fuori dal comune a una pregevole sensibilità melodica e un’urgenza espressiva disincantata e indomabile. Capace di far fiorire dagli strumenti e dalla voce dello scatenato Valient Himself anthem elementari ma incontrollabili, trasfigurati da un caratteristico eclettismo e da intarsi chitarristici e ritmici assai accattivanti. Un cocktail emozionale/musicale addirittura di difficile catalogazione, fatto quasi inspiegabile se calcoliamo che si tratta comunque di una proposta dalle influenze piuttosto datate. Il magico tocco, ai primi ascolti, ci sembrava essersi un po’ perso in “Old Salt”, facendo credere a un’analisi sommaria che gli anni in tour e il cambio di ben tre quinti dei membri della line-up dal full-length del 2013 avessero annacquato la carica esagerata del combo della Carolina del Nord. Ci aveva tratti in inganno il fatto che i Valient Thorr si fossero portati ancora più indietro nel tempo quanto a spunti, riff e attitudine, mettendo in parte a freno l’animosità metallica, a favore di compassati ricami hard blues, country e southern. Lo stesso suono, più scarno e asciutto degli ultimi dischi, non ci aveva convinto nell’immediato. Con un po’ di pazienza, si scopre che le nuove-vecchie idee qui partorite non sono affatto male, tradendo giusto qualche difetto di spinta e potenza rispetto a “Our Own Masters”, “Stranger” e “Immortalizer”. “Old Salt” infatti conferma in pieno il talento della formazione nel rimescolare con brio e personalità tutto quanto di buono il classic rock e l’heavy metal abbiano offerto nelle modalità più canoniche, e pazienza se nel farlo, per una volta, si picchia meno duro del solito. Il tiepido rilassamento lo si coglie già dall’opener “Mirakuru”, nella quale i tempi non diventano mai convulsi e prendono piede fraseggi facili e cristallini della coppia d’asce, che dosa con parsimonia le sferragliate più sporche e concede lunghe pennate melodiche, ideali per far emergere i vocalizzi meno aspri dell’istrionico cantante. Interessante l’incedere ritmico, camaleontico, con frequenti ‘rotture di fiato’ e il ricorso a un tambureggiare non troppo violento, che lascia campo libero agli incroci chitarristici fra blues e Thin Lizzy. Niente di nuovo, direte voi, però la modifica degli equilibri è evidente. La triade di brani successiva è quella di più spinosa lettura, perché il southern rock e vaghi rimandi country e alla musica tradizionale americana strattonano verso gli anni ’50-’60 “Lil Knife”, “Cut And Run” e “No Count Blues”. Sembra di ributtarsi nelle sale da ballo di quegli anni, quando imperversava il primo rock’n’roll, fra battute accelerate come mai se n’erano sentite e un clima ubriacante e festaiolo che nessuno conosceva. Ascoltando gli assoli e i piccoli intermezzi fra le ritmiche si sente soprattutto una forte voglia di ZZ Top in quest’ultima versione dei Valient Thorr, a cui si contrappone negli attimi più animosi il solito spirito ribelle del primo punk. Con “The Trudge” e “Worm Up” si scopre un’altra faccia del disco, quella formata da brani strutturati e scomposti fra tirate ruspanti e aperture blues paciose, scanzonate ma composte, prive di quell’irriverenza prima riscontrata nell’operato del gruppo. Valient Himself estrae il meglio dal suo timbro vocale e non lesina in strofe e ritornelli puliti, balzellando fra metrica da filastrocca, urlacci e momenti un po’ allucinati e molto, ma proprio molto, divertiti. Col passare del tempo, la band è andata avvicinandosi ad altri ‘irregolari’ del metal come gli Slough Feg, se non esattamente nel sound almeno dal punto di vista ideologico, deliziando con tocchi morbidi e dal sapore vintage, senza perdere in irruenza e impeto. Le progressioni irresistibili di “Spellbroke” e i selvaggi mordi e fuggi di “Looking Glass” riportano alla memoria le scorribande dei trascorsi full-length, mentre “The Shroud” sperimenta un canovaccio relativamente inedito, condotta fra tempi storti posti accanto a mescolanze di melodie asprigne e vocalizzi strascicati. Qui più che altrove – anche se non è l’unico caso – schemi duri e quasi thrash rompono matasse di note rock’n’roll leggere, spensierate, dando così sterzate massicce agli andamenti più easy-listening. “Jealous Gods” chiude in crescendo il disco, piazzando un inno corale che canta orgoglioso la diversità dei Valient Thorr, il loro essere incorruttibilmente fuori dagli schemi, ensemble rock dalle idee chiare, brillante e con addosso un entusiasmo che pochi possono vantare. Bentornati ragazzacci!

TRACKLIST

  1. Mirakuru
  2. Lil Knife
  3. Cut and Run
  4. No Count Blues
  5. The Trudge
  6. Worm Up
  7. Spellbroke
  8. Linen Maker
  9. The Shroud
  10. Looking Glass
  11. Jealous Gods
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