7.5
- Band: VANDERBUYST
- Durata: 00:41:52
- Disponibile dal: 24/10/2014
- Etichetta:
- Ván Records
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Gli olandesi volanti (da “The Flying Dutchmen”, titolo del loro terzo disco) chiudono qui, con la quarta release su lunga distanza, e una serie di concerti che toccherà alcuni selezionati angoli d’Europa per un saluto ai propri sostenitori. Peccato. Il trio dei Paesi Bassi non ha riscosso nei suoi sette anni di carriera un grande seguito e, alla luce di quanto espresso in studio e ancora di più dal vivo, facciamo fatica a spiegarcelo. Il metalhead di oggi ha un’oggettiva difficoltà a trovare gruppi in ambito hard rock/heavy metal all’altezza dei maestri degli anni ‘70-’80: non è che non esistano del tutto gli ensemble validi in questo campo, solo il pubblico ricettivo per queste sonorità propende al culto del passato e dei “dinosauri” in circolazione, di conseguenza si restringe lo spazio per i giovani musicisti, schiacciati da un passato ingombrante. Così coloro che si avventurano su sonorità “classiche” rimangono magari ancorati a label di nicchia o autoproduzioni, e lasciano perdere dopo pochi anni a causa dei pochi riscontri ricevuti. Questo per dire che un gruppo come i Vanderbuyst non avranno reinventato la ruota, ma se si andassero ad ascoltare con un po’ di pazienza – non ne serve nemmeno tanta, non si occupano di musica molto complicata – si scoprirebbe un act di insospettabile lucidità nel rileggere la tradizione hard rock e classic metal nelle sue proposizioni di fine anni ’70 e dell’intero decennio successivo. “At The Crack Of Dawn” è tutto fuorché un lascito stanco e intristito, un desolato canto del cigno. E’ un disco semplice, snello nell’impostazione, che avanza sciolto e ritmato, dispensando piccole chicche di hard metallizzato come pochi altri ne sanno scrivere di questi tempi. E’ un giro di basso caldo e rotondo a introdurci alla title-track, e la mente viaggia verso gli anni d’oro dei Thin Lizzy, in questo facilitata dai toni lievemente malinconici della voce di Jochem Jonkman, un degno emulo anche dal punto fisico del compianto Phil Lynott. Una produzione potente e levigata fa risaltare il riffing tutta sostanza di Willem Verbuyst, e dà il necessario spazio anche ad assoli che pescano dalle profusioni di note settantiane come dalle scale cromate dell’heavy metal statunitense. Con “Roller-Coaster Ride” gli orange azzeccano un altro andamento irresistibile, ed enfatizzano l’influenza dell’hair metal degno di essere definito “metal” a tutti gli effetti. E’ il territorio dei primi Ratt, per intenderci, o di certo power americano molto smussato come gli Hittman dell’esordio omonimo o i primi Leatherwolf. Il piede batte a tempo senza volersi più fermare quando basso e batteria iniziano a favellare l’un con l’altro, e la tracklist prosegue con altri riuscite piccole hit, come “Girl In Heat” e “Catch 22”: la NWOBHM più ammiccante, pensiamo a certo materiale Tygers Of Pan Tang e Demon, ha il suo bel peso in queste tracce, e nella corposità metallica ricoprente le robuste chitarre ci vediamo pure gli Scorpions di “In Trance”. Ottimo anche il lavoro sulle voci: oltre al cantato principale, partecipano attivamente anche gli altri due membri, doppiando a più riprese le lead vocals con un effetto complessivo che fa le scarpe alla maggior parte delle compagini glam in circolazione, per quanto concerne l’uso dei coretti di supporto. Se non siete convinti andate a sentire l’episodio più leggero del lotto, quella “Light My Dynamite” che col suo ritornello chewing-gum non vi toglierete più dalla testa per settimane. Sul groove ammiccante i Vanderbuyst hanno costruito le fondamenta della loro parabola artistica, e dove questa dote esce meglio valorizzata è nella dolce tristezza di “On And On”, con la comparsa di un breve intermezzo di chitarra acustica in un incedere spezzato di cui è facile innamorarsi, e nel capolavoro del disco “Lost In Discotheques”. Una canzone, basata su un basso che più lynottiano non si potrebbe, che fa pensare a quelle serate speranzose negli intenti e vuote nella sostanza vissute in qualche decadente discoteca stracolma di barcollanti anime in pena. Riverberi nostalgici a pioggia. ZZ Top e Whitesnake sono due influenze da non sottovalutare, non così manifeste come altre ma ravvisabili in alcuni costrutti ritmici e nel tocco bluesy di talune parti di chitarra. Quando le dolci note di “Sweet Goodbye” sfumano, è un attimo ritrovarsi a far ripartire “At The Crack Of Dawn” e reimmergersi nei gloriosi e lontani eighties. Resta solo il rammarico per una fine già scritta: con due concerti a Tilburg a fine settembre – già esauriti – i Vanderbuyst ci diranno addio.
