VANEXA – Back From The Ruins

Pubblicato il 01/01/2026 da
voto
8.5
  • Band: VANEXA
  • Durata: 00:31:17
  • Disponibile dal: 1988
  • Etichetta:
  • Minotauro Records
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Come potremmo iniziare al meglio il 2026 se non rispolverando quella che – a nostro parere – è una delle gemme più valide, qualitativamente elevate e parte di una storia sommersa che il movimento heavy degli albori (ma già non più neonato) diede alla luce? Il gruppo in questione, teoricamente, dovremmo conoscerlo tutti: l’esser nato nel 1979 e, seppur con diverse pause nel mezzo, ancora oggi attivo e performante live, fa di esso uno dei primi complessi heavy metal sorti in Italia, ex aequo con Unreal Terror, Vanadium e i napoletani Strike, superati soltanto dall’ancor più leggendaria Strana Officina e dai controversi Death SS.
Parliamo dei savonesi d’origine Vanexa, di cui in questa sede trattiamo il secondo album “Back From The Ruins” del 1988, e dotato, già solo limitandosi all’artwork raffigurante rovine di un presunto tempio ellenico, di un fascino antico che, contemplato al giorno d’oggi, sembra riecheggiare da un luogo ed un tempo indefiniti, dispersi nella memoria di chi fece parte di quella scena.
La formazione dell’epoca era composta dal co-fondatore e guitar hero ‘all’italiana’ Roberto Merlone, da Sergio Pagnacco (basso) e dall’altro co-fondatore Silvano Bottari (batteria), ancora oggi unici rimasti del nucleo storico, e per concludere, scovato grazie ad un’inserzione sul settimanale Ciao 2001, Marco “Spino” Spinelli alla voce, successore di quell’Alfio Vitanza che diverrà noto in seguito per le sue performance alla batteria in complessi prog come Latte e Miele e al seguito di importanti cantautori nostrani. Parliamo di anni in cui suonare heavy metal in Italia non era affar semplice, parliamo di un genere musicale ancora in via di sviluppo in Inghilterra, dove è nato e cresciuto, figuratevi quanto fosse conosciuto e compreso in una Nazione abituata a ben altre coordinate musicali; dunque, se noi oggi abbiamo una scena, per quanto traballante e scalcinata, dobbiamo ringraziare anche soprattutto i pionieri sopracitati (e molti altri) che per primi recepirono il fenomeno della “terra dell’heavy metal rock” e lo importarono da noi.
 

Scendendo più nel dettaglio, dopo l’acerbo esordio omonimo registrato per la Durium, i Nostri passano sotto la Minotauro Records di Marco Melzi, celebre partner di Paul Chain e primi Death SS, e incidono quello che si sarebbe rivelato essere loro capolavoro.
Gli spunti proposti sono quelli della NWOBHM, ma, come detto sopra, non poteva che essere altrimenti; vero è che siamo nel 1988, e il thrash è esploso da qualche tempo anche qui grazie
alla triade Bulldozer/Necrodeath/Schizo, ma per Vanexa e compagnia della generazione precedente non esistono altre etichettature: l’heavy metal È la NWOBHM, non possono essere contemplate seconde o terze vie. Si tratta di ortodossia, e come tale va accettata.
Partendo dall’opener “Midnight Wolves” non si può che constatare il balzo in avanti compositivo rispetto al lavoro precedente, nel quale in taluni episodi l’immedesimazione nei Tygers Of Pan Tang era al limite della clonazione (parliamo di “Metal City Rockers”, ad esempio), oppure dove qualche passaggio veniva apertamente sottratto ad altre famose canzoni (“Rainbow In The Night” riesce a copiare con disinvoltura i riff di “Atomic Punk” dei Van Halen e “See The Light Shining” dei Saxon, e il risultato è pure ottimo!); il gruppo è cresciuto e lo si nota dalle variazioni sul tema nelle composizioni stesse, dai passaggi in clean come intermezzo ai cambi di tempo, alla creazione di melodie solide e non da ‘ascolta e getta’, nulla di complicato ma accorgimenti che permettono a questo LP di essere ricordato a distanza di tutti questi anni.
La già citata “Midnight Wolves” e “Bloodmoney” scorrono che è un piacere, quando incontriamo il primo vero highlight del lavoro, l’hard melodica “Creation”: la voce di Spinelli è qui negli annali del metallo italiano, capace di arrivare ad acuti importanti, così come lo splendido lavoro solista di Merlone e i suoi riff, distorti e puliti, carichi di tensione ed emozionanti al pari di altri nomi più blasonati. Veniamo poi ad “It’s Over”, già edita nel 1985 per la compilation della Reflex Records, “Metallo Italia”, canzone che vede i punti di forza nella propria parte centrale, poiché se nella prima gli stilemi sono quelli del classic metal nudo e puro, in seguito i ritmi si distendono e, ancora una volta, il chitarrista e mastermind dà libero sfogo alle proprie capacità tecniche; non a caso, alla fine di “Back From The Ruins”, risulterà essere proprio lui il mattatore, colui che più ha inciso sull’ottima resa finale.
“Hanged Man” inizia con un riff priestiano, ma è solo un fuoco di paglia; le atmosfere si incupiscono alla svelta, le chitarre diventano quasi lugubri, la velocità lascia spazio ad un’aria rarefatta, c’è anche un accenno di scream da parte del cantante (crediamo che su questa svolta ‘oscura’, totalmente assente prima d’allora, abbia inciso non poco il boss della Minotauro). L’apice dell’album è rappresentato da “Night Rain On The Ruins”, power ballad che, se fosse stata scritta dai Queensryche o da chi per loro, staremmo tutti osannando e inserendo nelle varie classifiche “top …”, e questo discorso purtroppo vale per tantissime canzoni italiane di quegli anni (qualcuno ha detto “Autostrada Dei Sogni”,  “Indios” o “No One’s Cryin'”?); non c’è semplicemente una nota fuori posto, si raggiunge il climax con l’ingresso dopo 2.30′ del tappeto di tastiere di Giorgio Pagnacco, che figura come ospite, e qui ogni altro commento apparirebbe inutile.
Concludiamo, dopo la meno riuscita del lotto “We All Will Die”, con l’altro pezzo da novanta e classicissimo del gruppo “Hiroshima”, del quale esiste anche una versione in italiano registrata nel 1980: puro heavy in your face narrante le gesta dell’Enola Gay il 06/08/1945, laddove la sezione ritmica Pagnacco-Bottari non arretra di un millimetro e stende tappeti rossi a non finire per voce e chitarra, le primedonne che suggellano al meglio questo bombardamento finale. 

Registrato negli Stone Castle Studios di Carimate (CO), e doverosamente ristampato nel 2006 con l’aggiunta di ulteriori tracce live dal Teatro Verdi di Genova nel 1984, “Back From The Ruins” rimarrà un episodio meraviglioso ma isolato nella discografia dei liguri; per ascoltare qualcosa di nuovo si dovettero attendere ben sei anni, ma “Against The Sun”, seppur lavoro valido e non privo di idee (citiamo qui solo un brano elegante come “Dark Lady”), complice anche il cambio di cantante in favore di Roberto Tiranti, fu un risultato troppo avulso, il sound che ne derivò snaturò completamente il cuore pulsante heavy del gruppo, che di lì a un anno non poté fare altro che sciogliersi.
I Vanexa oggi vivono ancora, anzi, sopravvivono, fieramente fuori da ogni moda, e li si può scorgere ogni tanto in qualche piccolo locale della nostra penisola; hanno composto altro materiale, certo, ma da par loro è innegabile essere ricordati per quella manciata di brani primordiali che valsero loro, inizialmente, l’apparizione come headliner al Rock in a Hard Place Fest di Certaldo nel 1983, forse il primissimo evento heavy metal italiano, e successivamente la gloria eterna con questa release che giova rispolverare ogni tanto, per ricordare le origini del più puro acciaio italiano.
 

TRACKLIST

  1. Midnight Wolves
  2. Bloodmoney
  3. The Creation
  4. It's Over
  5. Hanged Man
  6. Night Rain on the Ruins
  7. We All Will Die
  8. Hiroshima
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