7.0
- Band: VARIALS
- Durata: 00:45:11
- Disponibile dal: 27/02/2026
- Etichetta:
- Fearless Records
Spotify:
Apple Music non ancora disponibile
Dover sostituire un frontman non è cosa da poco, si sa. Questa dolorosa necessità sembra diventata una faticosa abitudine per i Varials, quartetto di Philadelphia noto per il suono aggressivo, pesante e ibrido, che fonde elementi classici dell’hardcore metallico/beatdown con tocchi di nu metal e groove moderni. Definiti dal secondo disco in studio “In Darkness” (2019), i Varials sono diventati una band di riferimento della costa est degli Stati Uniti per quanto riguarda la musica “da pit” minimale, diretta e cruda, chiamando paragoni con Knocked Loose e Jesus Piece e servendo brani memorabili per la community hardcore/metalcore come “Empire of Dirt”, con lo stesso Bryan Garris, frontman dei succitati Knocked Loose.
Come dicevamo, la band ha cambiato cantante ben tre volte: prima del debutto discografico, quando Travis Tabron ha sostituito Jared Pilieri firmando “Pain Again” (2017) e
“In Darkness” (2019); poi all’alba di “Scars for You to Remember” (2022), quando il chitarrista Mitchell Rogers è diventato vocalist principale, e di nuovo nel 2025, con Skyler Conder a prendere il microfono, in maniera stabile, si spera.
I fan del gruppo possono comunque stare tranquilli a riguardo della direzione sonora, la quale continua sulle coordinate storiche con la stessa attitudine ed intensità, spostandosi leggermente in una direzione più lineare e primitiva e cercando di abbracciare il sound esplosivo dei Knocked Loose nei riff. L’ossatura del disco è composta infatti dalle mazzate senza compromessi di brani come “No Lie Untouched”, “Silent Demise” o “Illusions of Loss”, con quella freddezza dolorosa tipica della costa est, e qualche minima variante sonora nella caotica “Conscious Collapse” e nei brevi spoken di “Your Soul Feeds”. A scatenare il panico durante i prossimi concerti sarà probabilmente la monolitica “The Hurt Chamber”, che con le sue variazioni umorali, i crescendo, le sue parti mosh e il breakdown colossale punta a coinvolgere fisicamente ed emotivamente gli ascoltatori.
Come da tradizione della band, troviamo anche pezzi più strutturati (“Blissful End”), con melodie tormentate ed influenze Deftones (“Romance 2”) o post-hardcore (“I’ll Find The Dark”), insieme interludi che vanno oltre il minuto per donare completezza atmosferica.
E il nuovo arrivato alla voce? Grazie a pochi cambiamenti nelle coordinate stilistiche se la cava bene, tendendo naturalmente ad uno stile più profondo, gutturale e tendente al deathcore, con un’impronta più monolitica e soffocante, ma anche con un pelo più di range grazie all’utilizzo delle urla. Rogers era più viscerale e probabilmente più peculiare, mentre ai primi ascolti Skyler è leggermente più moderno e fresco.
Con variazioni minimali nel proprio sound e un’attitudine immutata, “Where The Light Leaves” non fa che consolidare il percorso della band di Philadelphia, con un altro disco incazzato, convinto e godibile, che andrà a minimizzare le continue variazioni di line-up. Forse qualche slancio creativo fuori dalla propria zona di comfort avrebbe giovato al quarto disco in studio, ma probabilmente il cambio di cantante è già un twist più che sufficiente.
