7.0
- Band: VAST PYRE
- Durata: 00:43:28
- Disponibile dal: 28/11/2025
- Etichetta:
- Octopus Rising
Spotify non ancora disponibile
Apple Music:
Nati nel 2021 a Eisenach (Germania), i Vast Pyre si sono distinti tre anni più tardi per un album di debutto omonimo (nobilitato da un bel dipinto dell’artista Zdzisław Beksiński in copertina) che si proponeva, in molti frangenti, come una versione catatonica degli High On Fire. Con un organico ora espanso a trio (due chitarre e una batteria), la band si ripresenta sulle scene con “II Bleak”, edito dalla sussidiaria di Argonauta, la Octopus Rising.
“Begotten” apre le danze con un hard rock ingannevole, visto il suo collassare, in pochi minuti, nel passo incerto di uno sludge ridotto alla demenza: uno strascicar di piedi che riacciuffa il ritmo solo nella bella coda psichedelica finale. Un apparente spiraglio di luce, perché “Tenebrosity’s Path” torna ad annichilire con un doom esangue, una versione morfinomane degli Electric Wizard espansa in dieci minuti di riff e voce declamata, mentre “Beneath the Surface” ricorda le derive psichedeliche dei Nibiru di “Netrayoni” (non a caso compagni di scuderia Argonauta). A conti fatti, il brano più catalogabile del lotto risulta “The Untold”: nove minuti di riff sabbathiani e chitarre elettriche che si cercano, si avvinghiano e poi mollano la presa deluse, mentre la finale “Perdition Fatal” abbraccia i toni ribassati dei Conan con la devozione per Matt Pike già mostrata nell’esordio.
Quello che rimane addosso, dopo l’ascolto di questo album, è la sensazione di una band compiaciuta nell’essere respingente, un gruppo abile nel muoversi con agilità dentro uno stagno di suoni densi, fino a suscitare una sensazione continua di soffocamento, dove rischiano di perdersi i pur rari momenti di bellezza, come il lentissimo solo che orna i primi minuti di “Tenebrosity’s Path” o la strofa quasi orecchiabile incastonata a metà di “Perdition Fatal”. Certo, difficile non credere che questa sensazione non fosse nelle intenzioni dei tedeschi, ma, anche a voler premiare il loro impegno, ci si trova di fronte a un ascolto impegnativo, reso ancora più faticoso da una produzione volutamente compressa, e dalla struttura talvolta improvvisativa, quasi a voler ricreare il clima di una sala prove.
Insomma, questo disco è la classica, fantozziana grigliata di pesce ratto: può piacere o non piacere; certo è che, ai primi bocconi, lascia sempre un po’ perplessi. Sta a voi trovare la forza d’animo per perseverare nella degustazione. Una nota finale a parte: la copertina omaggia nuovamente il Zdzisław Beksiński di cui sopra, a riprova di quanto il mondo del metal sia debitore verso l’immaginario di questo artista.
