8.0
- Band: VÁSTÍGR
- Durata: 00:44:49
- Disponibile dal: 24/05/2024
- Etichetta:
- Avantgarde Music
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Nuovo album per il progetto austriaco Vástígr, che torna con un album di quattro brani per quasi tre quarti d’ora di black metal atmosferico dall’approccio molto intricato e personale. La one-man band capitanata da Þ, al secolo Thomas Anzinger (attivo anche in Ill Tidings, Hag e altri progetti – che comunque si fa coadiuvare alla batteria da Bjarni Einarsson dei Sinmara), conferma la propria natura poliedrica grazie ad un lavoro ispirato e che trabocca di idee e soluzioni intricate senza che queste appesantiscano in alcun modo un album estremamente musicale e godibile.
Sebbene la tendenza sia chiaramente ascrivibile al black metal, le composizioni permettono di scorgere, come nel debut, “Aura Aeternitatis” – anch’esso registrato presso gli Emissary Studio in Reykjavík , Islanda, un background metallico a tutto tondo. L’innesto di una certa islandesità si sente tutto, come nel lavoro precedente, grazie anche alla citata produzione ad opera di Stephen Lockhart (mastermind degli irlandesi Rebirth of Nefast e in regia anche per i citati Sinmara, ma anche Svartidauði o Nexion, tra gli altri), così come l’aria vagamente misantropa che ammanta il disco, accomunabile a molti nomi di quell’area geografica.
Il gusto per il riffing affilato e audace, la ricerca di una melodia che però non si accontenta di se stessa, certe ripartenze ritmiche quasi thrash permettono a questa seconda opera di seguire un percorso sonoro che vaga senza dover per forza creare punti di riferimento, libera com’è di disorientare l’ascoltatore con passaggi notevoli e canzoni solide.
Le canzoni sono lunghe e complicate, ma hanno una marcia insita in loro stesse che permette di goderne anche con un ascolto, se non distratto, meno maniacale e attento ad ogni singolo dettaglio. Sarà un talento innato o la rielaborazione di un proprio gusto in grado di abbracciare ascolti personali che riaffiorano qua e là (dall’afflato chitarristico decisamente heavy di “Chasm”, pur incorniciato da cupe dissonanze e un incedere claustrofobico, al design atmosferico meno inusitato di “Eternity”), ma le sensazioni scaturenti da “The Path Of Perdition” sembrano arrivare da diversi decenni e diversi sottogeneri, per convogliare con fredda morbosità in un metal estremo di ampio respiro.
I brani sono intricati, lunghi, complessi, ma generosi nella loro esposizione di un concept tematico nichilista e avvilente, anche se non particolarmente originale (l’accettazione della futilità umana e della sua insignificanza all’interno di un disegno più grande).
Se proprio vogliamo trovare qualche difetto, la voce potrebbe far storcere il naso a qualcuno, forse un po’ anonima rispetto alla ricchezza proposta (a noi tuttavia piace il volume basso che la confonde all’interno degli strumenti), e forse l’aria che un po’ traspare da ‘solo project’ che non avendo una vera e propria attività live (se non sporadica) non sappiamo quanto potrebbe restituire dal vivo in termini di intensità.
Insomma, difetti, se vogliamo, che hanno poco o nulla a che vedere con le composizioni in sé; ancora una volta, dunque, l’Avantgarde sembra vederci lungo, e fa bene a scommettere nuovamente su di un progetto vivace e interessante, e che nella sua peculiarità ha le carte in regola per piacere a molti amanti di suoni estremi. Buona la seconda.
