7.0
- Band: VAURA
- Durata: 00:43:04
- Disponibile dal: 26/04/2019
- Etichetta:
- Profound Lore
- Distributore: Audioglobe
Al terzo album, i Vaura di Kevin Hufnagel (Gorguts, Dysrhythmia), vanno illanguidendo la loro traiettoria sonora, sempre più presi da un’attitudine contemplativa e ombrosa che ne ha limato via ogni propaggine cara al metal estremo. Se il primo album contaminava il black metal con indie rock, post-punk e gothic rock, incanalandosi nel filone del post-black metal statunitense incline alla lucentezza e all’emotività, già col secondo “The Missing” il discorso si era fatto plumbeo e assorto in meditazioni che davano minore spazio alle burrasche. L’impeto non era più nelle corde della band e ora si può dire che abbia abbandonato completamente questi musicisti, ora interessati sotto questa veste a interpretare da un punto di vista personale la lezione del progressive, modulato su una rigorosa definizione di una peculiare forma canzone. Il ruolo dei sintetizzatori e di percussioni felpate, che possano indirizzare ogni brano verso un’atmosfera ovattata infusa di calore e calma, diventa preminente e funzionale a dare comfort, invece che scuotere nel profondo.
Gli influssi del post-punk e dell’immaginario gothic ammantano ogni interstizio di “Sables”, tenendosi al riparo dal sovraccarico di malessere e mestizia insito nel genere. Si vira piuttosto verso una sua concezione elegante e sofisticata, che vede comparire spesso pregevoli intuizioni jazzate e arrangiamenti elettronici molto misurati e mai sovrabbondanti. Le linee di basso di Toby Driver, apparentemente elemento secondario, donano una sottile e non immediatamente percepibile obliquità, in fondo essenziale per non instradare su binari troppo lineari e prevedibili tracce che risuonano semplici all’ascolto, lasciando intuire una complessità strutturale sotterranea non comune. Il tono compassato, avaro di picchi adrenalinici, torsioni improvvise, focosità, si pone in analogia al prog di inizio anni ’90, rimandando in alcune scelte di suono e di struttura ai Queensrÿche di “Empire”, oppure all’evoluzione compiuta dai Sieges Even, in questo caso soprattutto quella dal post-reunion fino allo scioglimento definitivo (parliamo quindi di anni 2000).
Confezionato con cura, suonato magnificamente e impreziosito da una prova al microfono inappuntabile, in controllo e sentita, come quella di Josh Strawn, “Sables” soffre essenzialmente della sua marmorea compostezza. Calcolato, chirurgico, sa catturare ma è come se ponesse un muro fra sé e l’ascoltatore. Ha poco cuore, a meno che i ritmi non prendano un pizzico di brio e affiori un barlume di solarità. Quando si fa pressante una spessa atmosfera che doom propriamente non è, pur avendone l’aria, il disco non decolla del tutto. Mentre quando gli umori poco vitali si dissipano un poco, arrivano canzoni stupende, come “No Guardians” (trascinata da un’acustica festosa), la spettrale “Eidolon” e la potente titletrack. Purtroppo, in altri frangenti si digrada nel torpore e l’ascolto diventa nettamente meno stimolante. Nel complesso, “Sables” conferma il valore del quartetto, nonostante ne affermi di converso qualche limite comunicativo, già segnalato nel corso del precedente “The Missing”.
