VICTORY – Culture Killed The Native

Pubblicato il 21/01/2021 da
voto
9.0
  • Band: VICTORY
  • Durata: 00:42:32
  • Disponibile dal: 01/09/1989
  • Etichetta:
  • Metronome Music

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I Victory sono quella folgorazione beccata al primo Wacken Open Air presenziato durante la propria esistenza. Anno 2003, primo giorno, quello tradizionalmente di antipasto. In posizione pre-headliner, sopra personaggi del calibro di Circle II Circle e Annihilator, si presentano questi rocker tedeschi, allora perfettamente sconosciuti al sottoscritto. Qualcosa di inspiegabile per un utente italiano – perlopiù ancora a digiuno di certe dinamiche dei festival teutonici – che non aveva la benché minima idea di chi fossero costoro. All’epoca bastò veramente poco per farsi convincere: i Victory, allora appena rientrati sulle scene – si trattava del concerto di reunion – infiammarono il mainstage con una prestazione energica e precisa, non propriamente da vecchie glorie ingrigite e malmesse! E mentre i Nostri si apprestavano a ripresentarsi con un album di inediti, il valido “Instinct”, andammo a riscoprirne i primi passi nei mitizzati anni ’80. Scoprendo una band di spessore, calata nello spirito dei tempi, molto acceptiana non a caso (il leader, e unico membro fondatore rimasto fino a tempi recenti, è infatti l’ex chitarrista degli Accept Herman Frank), autrice di una cospicua discografia intrecciante heavy metal e hard rock tipicamente germanici, con una punta di arena rock a stelle e strisce.
La qualità media della prima fase di carriera è abbastanza omogenea e per dare risalto all’operato del gruppo tedesco non è stato semplice identificare un solo full-length; alla fine la scelta è caduta su quello che all’epoca poteva essere un insidioso punto di rottura, e che finì invece per segnarne la consacrazione, seppure non arrivò mai un successo oceanico per la formazione. “Culture Killed The Native” vede infatti un importante avvicendamento al microfono: dopo tre dischi Charlie Huhn (anche chitarrista) lascia e al suo posto subentra Fernando Garcia, svizzero, che rimarrà come frontman fino a “Voiceprint” del 1996. La sua timbrica non è in fondo così distante da quella di chi l’ha preceduto e la musica stessa non si fa notare per drastici ribaltoni. Ma, come per tutte quelle band che hanno lavorato lungamente, si sono migliorate, hanno affilato le armi con pazienza, “Culture Killed The Native” diventa il culmine di una progressione costante, cominciata con l’esordio “Victory” e proceduta con calibrati aggiustamenti fino al termine del decennio. Rispetto al precedente “Hungry Hearts”, i Victory virano leggermente verso una dimensione propriamente metallica, che si nota più nelle cromature del sound che nell’approccio strumentale, al contrario molto debitore di una scanzonata verve rock’n’roll.
Non è difficile notare il forte amore per gli Ac/Dc, che d’altronde permeava parecchio anche le prime mosse degli Accept, nei quali il deus ex machina Herman Frank aveva militato tra il 1982 e il 1984. La tracklist è un susseguirsi di anthem cadenzati, squadrati il giusto, imperniati su pochi riff, melodie facili e molto sentite; a renderli capaci di resistere nel tempo e far palpitare ancora oggi, tutta la magia che solo l’hard rock del periodo sapeva comunicare. Un misto di disimpegno, leggerezza, voglia di divertimento e potenza, che a parole potrebbe sembrare qualcosa di ‘comune’, di rinvenibile anche in altri contesti, ma che alla prova dei fatti rimane circoscritto alle pubblicazioni di un determinato periodo. L’essenza tedesca è nel rigore ritmico, una semplicità che ad orecchi troppo raffinati potrebbe sembrare fin eccessiva, e che però quella doveva essere, in quel contesto. Nell’assenza di filler, nella difficoltà a rintracciare un brano-simbolo sui dodici in scaletta, quando anche la bonus track per l’edizione in cd, “Into The Darkness”, sa tutto meno che di riempitivo, c’è l’indizio di come la band, in quel momento, fosse allo zenit delle proprie possibilità.
I cori di “More And More” ci mettono poco a far rintronare i padiglioni auricolari, svettanti sul basso corposo di Fargo Peter Knorn, schiva architrave del Victory-sound. La piacevole ossessività dei ritornelli è il tratto comune della tracklist, che ci inonda di queste soluzioni, andando sul sicuro con scambi di battute tra lead vocals, cori e controcori, mentre la sezione ritmica dosa cadenze sornione (“Never Satisfied”) o incalzanti (“Power Strikes The Earth”). Le soliste, pur lontane da sfacciati virtuosimi, impreziosiscono ogni brano di striature caratteristiche; i registri melodici, quando si raffinano, vanno persino a scomodare alcune angolature degli Scorpions, evidenti quando si rallenta, e pure Garcia si accosta a registri vagamente ‘romantici’. Non è un caso che anche alle prese con una ballad, “Lost In The Night”, la band non sbandi e ci proponga un pezzo che, adattato alla propria fisionomia, non sarebbe dispiaciuto se interpretato dagli uomini di Klaus Meine.
Nei tocchi sognanti e incantatori di “On The Loose”, trainata da una cassa pressante e avvolta da ricami melodici smaccatamente figli degli Eighties, i Victory dimostrano la loro polivalenza, che li vede toccare le corde del rock da stadio di “Let It Rock On” e quindi sciogliere definitivamente i cuori in “So They Run”. Le smorfie divertite di “Standing On The Edge Of Time” e il crescendo da vero inno, avvolto di romanticismo, di “The Warning” chiudono i battenti, prima dell’ottima bonus “Into The Darkness”, perfettamente calata nell’atmosfera del disco. Se, pur amanti dell’hard rock metallizzato ottantiano, non avete ancora messo nei radar i Victory, vi consiglieremmo di rimediare partendo proprio da “Culture Killed The Native”, per poi andare a ripercorrere il resto della loro storia. Non ve ne pentirete!

 

TRACKLIST

  1. More and More
  2. Never Satisfied
  3. Don't Tell No lies
  4. Always the Same
  5. Power Strikes the Earth
  6. Lost in the Night
  7. On the Loose
  8. Let It Rock On
  9. So They Run
  10. Standing on the Edge of Time
  11. The Warning
  12. Into the Darkness
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