7.0
- Band: VIGLJOS
- Durata: 00:42:07
- Disponibile dal: 11/05/2024
- Etichetta:
- Dusktone
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Il debutto dei Vigljós ci porta a confrontarci con il ‘beehive black metal’, che nulla a che vedere con l’iconico e sdolcinato manga/anime nipponico e la sua straordinaria fortuna nel nostro Paese.
No, il terzetto di apicoltori-musicisti viene dalla placida e ricca Svizzera, più precisamente da Basilea – antica e importante cittadina situata a ridosso dei confini con Francia e Germania – e ha scelto proprio le api e l’apicoltura (pratica antichissima, che sembra risalire quantomeno all’antico Egitto) quale tema fondativo dell’identità del gruppo, prima ancora che concept dell’album.
I membri della band nascondono infatti il volto – e l’identità – dietro ad antiche ‘divise da lavoro’ proprie degli apicoltori nel Medio Evo, ovvero semplici tuniche chiare con cappuccio e un disco di vimini lavorato a proteggere il volto, facendo passare giusto un filo di aria e luce. Forma e lavorazione ricordano quelli dei fondi dei cesti, dai quali è molto probabile che sia nata originariamente l’idea, una sorta di utilizzo alternativo dello stesso manufatto.
Non è per la verità la prima volta che questi costumi sono utilizzati quali abiti di scena nel metal estremo, pensiamo infatti agli ucraini They Came From Visions, anch’essi votati ad un black metal d’ispirazione medievale, ma sicuramente più tradizionale e immediatamente ascrivibile alla scena est-europea.
Gli ucraini però escono per la Eisenwald, e questo è un altro elemento che in un certo senso li avvicina ai Vígljós, dato che l’etichetta tedesca tiene sotto la sua ala protettrice la maggior parte delle realtà legate all’Helvetic Undeground Committee (Ungfell, Ateiggär, Kvelgeyst, Dakhma…) una scena che ha diverse caratteristiche stilistiche in comune con gli apicoltori di Basilea, come l’interesse nei confronti della storia, del folklore locale o di pratiche filosofico-religiose alternativo rispetto al classico – e abusatissimo – satanismo, declinato ormai in tutte le salse.
Sempre in termini di riferimenti musicali e culturali, i Vígljós sembrano guardare anche a quella corrente americana (in particolare statunitense) che da qualche anno unisce black metal, suoni lo-fi, una visione del Medio Evo che sembra mutuata dai videogiochi anni ‘80 e una vena dissacrante più o meno marcata.
Gli svizzeri infatti tengono saldamente le proprie radici nel black classico, sia della Norvegia anni ‘90 che, soprattutto, delle scene francesi e statunitensi (pensiamo a Mütiilation e Judas Iscariot) ma aggiungono al cocktail delle tematiche e uno stile visivo, si veda la predominanza di colori quali il rosa e il violetto, più insolito e, per così, dire ‘contemporaneo’.
Il risultato è un disco grezzo, nel quale il concetto di ‘ronzio’ utilizzato per descrivere il suono delle chitarre non solo calza a pennello ma si arricchisce di significato, come ci mostra subito la breve intro strumentale “Rays Of Light In Liquid Gold”, una delle poche concessioni al folk presenti sul disco insieme alla conclusiva “To Die In A Flowerbed”, fortemente venata di quell’indie lo-fi che a volte riesce a trovare un punto d’incontro col black metal.
Il resto delle composizioni si muove in territori oscuri e ipnotici, con riff semplici ma di buonissimo impatto melodico, come ad esempio in “Swarming”, mentre la lunga “Vigljós” mostra anche un lato epico, oltre che bellicoso. Una menzione a parte merita “Dance Of The Bumblebee”, strumentale dall’incedere effettivamente danzereccio, catchy e sinistro, che tutto deve a Burzum (anche nell’uso del synth).
Questo mix di elementi funziona bene, con il solo scoglio rappresentato dalla voce, uno scream acido, riverberato e molto alto: le linee vocali, utilizzate più come un altro strumento, seguono e (in teoria) rafforzano le linee melodiche create dalle chitarre, solo che questa soluzione non riesce sempre come dovrebbe, e talvolta la voce si rivela un elemento non positivo per l’insieme generale. Apprezziamo la volontà di osare con una vocalità particolarmente estrema, ma in alcuni frangenti (ad esempio in “Raiding The Hive”) l’impressione è quella di urla disarticolate, vocalizzi quasi casuali.
C’è quindi qualcosa da sistemare (vedremo cosa ci aspetterà nel “Tome II”, che è evidentemente già in cantiere) ma anche alcuni elementi interessanti, per cui, se i nomi citati vi aggradano e siete curiosi, date una chance a questo dischetto.
