8.0
- Band: VIOLATOR
- Durata: 00:40:53
- Disponibile dal: 05/09/2025
- Etichetta:
- Kill Again Records
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Vendetta, ribellione: così nella vita, così nella musica. A dodici anni dal precedente “Scenarios Of Brutality”, i Violator hanno accumulato la giusta mole di rabbia e furore per tornare ad infiammare i propri strumenti, spargendo fucilate thrash rigorosamente old-school.
La pandemia, la situazione politica del proprio paese, l’occhio puntato sull’odierno conflitto israelo-palestinese: la band brasiliana, rimanendo fedele alle proprie radici stilistiche, ha piazzato e fatto esplodere l’ennesima bomba, con il medesimo effetto deflagrante di quelle detonate in passato, ma con una maggiore attenzione nella costruzione dell’ordigno stesso.
“Unholy Retribution” arriva sugli scaffali metallici certificando la volontà dei quattro di Brasilia di dar spazio alla propria voce con una cadenza calcolata e ragionata (un album a decennio, in pratica), evitando scelte di mercato di più ampio raggio e di maggior frequenza, con il rischio di replicare, e quindi svalutare, la forza propulsiva della proposta originale.
I Violator hanno atteso il momento opportuno per risalire dagli inferi e lanciare la propria tempesta vendicativa: come i quattro demoni presenti in copertina, ispirandosi ancora una volta alla vecchia scuola firmata Sepultura, Slayer, Dark Angel, Vio-Lence e Possessed, la band carioca ci assale a pieno ritmo dal primo all’ultimo minuto – il quarantesimo, per la cronaca – consumando riff, macinando mi tempo, in quello che, in definitiva, si tratta di una bestiale, ma soprattutto autentica, celebrazione delle forme più brutali, primordiali e genuine del thrash metal.
Appare perciò impossibile rimanere impassibili (perdonate il gioco di vocali) alla furia di “Hang The Merchants Of Illusion” il cui intro lugubre e sotterraneo alla “Hell Awaits” è solo un piccolo allarme rispetto al vortice di colpi sfoderati in serie dalla chitarra di Capaça sulla quale la voce di Pedro Poney (leggermente sovrastata dagli strumenti, a dire il vero) si sgola a denunciare le ingiustizie perpetrate da coloro che dovrebbero invece essere simbolo di equità ed imparzialità.
La scheggia iniziale è un perfetto esempio di come si possa suonare thrash nel 2025 rinnovando i fasti del passato senza scadere nel mero revival, peccando magari di autenticità e naturalezza.
Ed è proprio su questo punto che i Violator hanno invece il merito di differenziarsi da altre band, nuove o magari già rodate: il richiamo, od omaggio, alla storica “Postmortem”, piazzato a metà del brano di apertura è tanto immediato quanto ispirato e dinamico, a testimonianza di come le lezioni dal passato, se incamerate nel modo corretto, possono essere sfruttate in modo vincente, evitando il semplice scopiazzamento. Il medesimo discorso si può applicare sulla ringhiosa “Vengeance Storm”, perfetto e temporalesco pezzo di chiusura, la cui violenza tribale rimanda a quella sguinzagliata a suo tempo proprio dai Sepultura.
Nel mezzo, a tracciare un solco tellurico e ferace, altri sei brani che riescono ognuno a ritagliarsi il loro personalissimo quadro d’azione. L’aggressività più articolata, con tanto di campane made in Possessed, di “Cult Death” anticipa la maligna e tagliente “Persecution Personality”, caratterizzata da una prima parte morbosa e slayerizzata, salvo poi esplodere in una carrellata di riff thrash/crossover, riuscendo comunque a rimanere sui binari di una follia ordinata.
E se “Destroy The Altar” ci fa tirare il fiato per qualche istante, prima di essere nuovamente percossi in pieno volto dalle bordate inflitte dal Batera Bone Crusher (alias David Araya), è l’apparentemente cadenzata “The Evil Order” (avete detto “Funeral Rites”?) a mettere l’ennesima etichetta su come i Violator riescano a mescolare a proprio piacimento tutti gli elementi tipici del genere; letteralmente da urlo la seconda parte del pezzo.
A spiccare – e spaccare ulteriormente – ci pensa a questo punto “Chapel Of The Sick”, primo singolo pubblicato all’inizio dello scorso mese che ci aveva fatto ben intuire come il nuovo “Unholy Retribution” avrebbe sicuramente fatto il botto.
Nati per suonare thrash, i Violator non abbassano la guardia nemmeno a pregarli e con “Rot in Hell” si divertono a miscelare up tempo con repentine ripartenze, dove è sempre la sei corde di Pedro Augusto Diaz (in arte Capaça) a fare il bello e cattivissimo tempo; altro brano con tutti gli attributi al posto giusto. Otto pezzi per quaranta minuti di frenetica goduria.
Ci siamo forse dilungati? Può darsi, ma l’attesa di una nuova prova (e che prova!) di questi quattro brasiliani meritava di essere accolta e celebrata in modo adeguato. Inutile dirvelo: allenate la colonna vertebrale, chè qui c’è da fare headbanging.
