VIRUS – Memento Collider

Pubblicato il 17/06/2016 da
voto
7.5
  • Band: VIRUS
  • Durata: 00:45:07
  • Disponibile dal: 03/06/2016
  • Etichetta: Karisma Records
  • Distributore:

“Written In Waters”, titolo beffardo. L’unico full-length dei Ved Buens Ende (datato 1995) schiaffava in faccia la sua aleatorietà fantasiosa nella scritta apposta in copertina, raccontando di se stesso quanto ci fosse di precario, meravigliosamente liquido, all’interno delle canzoni che lo formavano. Quella voglia di essere sghembi, beffardi, assurdi senza urtare il prossimo, ma predisponendolo a una fruizione disagevole e fuori fase della musica con tocco tremebondamente gentile, tramite ondulazioni ubriache fra note scorrevoli e confortevoli, Carl-Michael Eide, il mastermind dei bizzarri norvegesi, se l’è portata dietro anche nel progetto successivo, i Virus. Attorno a lui altri due membri passati dei Ved Buens Ende, capaci tutti insieme di indirizzare le sorti della band verso un metal destrutturato avente il suo caposaldo in dissonanze il più delle volte melliflue, allucinate, divertite. Un percorso artistico che si è compiuto finora fra pochi squilli di tromba, nonostante l’avant-garde nordico nel quale il trio può essere incasellato goda da tempo di un apprezzabile successo di pubblico e critica. I motivi per cui vi è meno attenzione che per band quali Arcturus, Solefald o In Vain è la sensibilità melodica unica dei norvegesi, molto più interessati alle derive sperimentali del prog – sia rock o metal, frequentati quasi in egual misura – che all’estremismo di tanti colleghi, in grado di attirare attenzioni grazie a un tonnellaggio mediamente alto e a una botta di suono notevole. Anche in “Memento Collider”, invece, i Virus si comportano da veri nerd, autoescludendosi a priori da una fetta di pubblico di rilievo, girando attorno a concetti che poco hanno a che spartire pure con lo scenario di metal ‘intellettuale’ d’appartenenza. Sei brani, tutti mediamente lunghi, compongono l’ultimo disco, etichettabile come null’altro che un prodotto dei Virus, con tutte le conseguenze del caso. Ciò significa dimenticarsi riff a effetto e ritmi lineari, oppure cambi di tempo radicali e momenti di insostenibile pressione: percepiamo piuttosto un flavour jazzato, accompagnato da uno sguardo morboso ai Rush più cerebrali. Osserviamo infine un ribaltamento dei ruoli fra gli strumenti in campo: la chitarra si svuota di peso e spessore, si assottiglia e muta forma seguendo un comportamento camaleontico, dettagliandosi in scie luminose di suoni accostati fra loro secondo ideali avveniristici, che vedono danzare assieme in felice comunanza accordi inusuali, mescolati in un composto suadente ma sfuggente, inafferrabile. Basso e batteria trotterellano tutti storti, dinoccolati, rigirandosi fra un numero di pattern non amplissimo, a dire il vero, insistendo nella circolarità in mezzo alla stranezza, richiamando appunto gli episodi passati di Virus e i Ved Buens Ende, gli Arcturus de “La Masquerade Infernale”, gli ultimi Dødheimsgard. Solo che una “Dripping Into Orbit” o “Gravity Seeker” si srotolano calme ed effettate, sussultando pacate in un pulsare di basso che sa quasi di Primus e di una batteria che non concede nulla alla normalità, limitando al massimo anche la potenza dei singoli colpi. Sembra di osservare un complicato gioco di specchi deformanti, che mettendo al centro un oggetto di forma conosciuta, a forza di riflessi, ne stravolge l’immagine di partenza. Salvo poi riproporre a ritroso lo stesso schema di riflessioni reciproche e tornare allo stato iniziale. La teatralità esasperata insita nella voce del leader, qui conosciuto con lo pseudonimo di Czral, compromette definitivamente la razionalità dell’insieme, che potrebbe apparire perfino irritante a un primo, impreparato, ascolto. Solo che l’organicità delle canzoni non è in discussione, l’unitarietà al loro interno e l’assenza di stacchi rilevanti le rendono paradossalmente compatte, scorrevoli una volta che si sono capite le singolari regole del gioco imposte dai Virus. I quali, possiamo dirlo convinti dopo ripetute assimilazioni di “Memento Collider” da cima a fondo, se ne sono usciti con un album di grande valore, mancante soltanto di un pizzico di grinta e di avventurosità per giungere al livello di un “Ad Umbra Omega” (Dødheimsgard) o di un “World Metal. Kosmopolis Sud”(Solefald): ogni tanto, il vizietto dell’autocompiacimento lo si avverte e qualche strappo nella tela lo si vorrebbe udire. Ma siamo a livello di dettagli, “Momento Collider” offre musica di classe, architettata e suonata da musicisti di indiscutibile talento.

TRACKLIST

  1. Afield
  2. Rogue Fossil
  3. Dripping into Orbit
  4. Steamer
  5. Gravity Seeker
  6. Phantom Oil Slick
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