6.5
- Band: VISION DIVINE
- Durata: 00:34:02
- Disponibile dal: 22/05/2026
- Etichetta:
- Scarlet Records
Boom! Il nuovo corso dei Vision Divine riparte con un EP che somiglia tanto ad una bomba pronta a detonare lasciando dietro di sé solamente terra bruciata o quasi.
Negli ultimi mesi si sono susseguite tantissime novità che hanno portato ad inevitabili strascichi: fuori Ivan Giannini con non poche polemiche, dentro Michele Luppi che torna a riappropriarsi del microfono all’interno della formazione. Poco dopo, ecco anche l’uscita del tastierista Alessio Lucatti, con un ulteriore ritorno, quello dello storico ed istrionico Oleg Smirnoff.
Che gli animi fossero surriscaldati lo hanno intuito un po’ tutti ma nessuno si sarebbe aspettato che poco dopo anche lo storico scudiero e braccio destro del leader Olaf Thorsen, Federico Puleri, abbandonasse la nave!
Rimangono al loro posto invece Matt Peruzzi, batterista anche dei Labyrinth, e l’altro membro storico Andrea Tower Torricini, al basso.
La storia però deve comunque andare avanti e lo fa, come dicevamo, con Michele Luppi di nuovo attore protagonista di questo nuovo corso per la band toscana.
Con il cantante che ha accompagnato la band nel periodo forse più glorioso, quello coinciso con la pubblicazione del maestoso album concettuale “Stream Of Consciousness” (2004), e subito dopo con il potente e progressivo “The Perfcet Machine” (2005) e l’elegante “25th Hour” (2007), si riparte da quelle sonorità, all’interno di un mini-album – intitolato “A Clockwork Reverie” – che presenta tre inediti e tre brani storici rivisti e riregistrati con la nuova line-up.
E’ la produzione discografica che ogni fan dei Vision Divine aspettava? Certo che no, quella arriverà nel prossimo futuro. Questa tappa intermedia sembra ‘solamente’ un breve passo all’interno della discografia della band, un lavoro che serve per alzare la voce e far sapere a tutti quelli là fuori che i Vision Divine sono vivi, sono questi e che presto se ne sentiranno delle belle.
Quello che possiamo toccare per mano ora è un ritorno al sound più melodico e patinato della band, con le voci di Luppi a riempire l’ascolto: sono tante e sono sovrapposte con molte armonizzazioni.
Non manca comunque la parte strumentale, potente, con Olaf alla guida dei suoi con riff dinamici e assoli brevi, ma sempre ben calibrati.
La partenza con “A Clockwork Reverie” ci riporta al power-prog vigoroso che circondava un lavoro come “The Perfect Machine”, grazie ad un riffing possente e a linee vocali esplosive: niente di originale e tutto un po’ legato a quel periodo storico particolarmente brillante per caratura di alcuni pezzi, di cui qui scorgiamo forse la luce riflessa. La più cadenzata e melodica “18 (It Feels Like Heaven)” ci accompagna su quei territori tanto cari a Luppi, viste le influenze AOR che delineano questo pezzo, in cui il ritornello è certamente il punto di forza principale.
Si torna a calpestare sonorità maggiormente metalliche con la possente “Andromeda”: le tastiere eclettiche di Oleg accompagnano un riff di chitarra distopico in una poderosa partenza di stampo progressive, prima di spingere sulla doppia cassa correndo a più non posso. Le melodie sono azzeccate e Michele gioca bene con le voci, creando un refrain elegante che sigilla quello che è probabilmente il pezzo più interessante di questo EP.
Per quanto riguarda invece le nuove versioni di alcuni pezzi storici – sempre comunque pescate dall’era Luppi – non si notano essenziali novità, se non per qualche piccola sfaccettatura, come un approccio vocale decisamente più ruvido ed aggressivo da parte di Michele durante “God Is Dead” e qualche urletto più tagliente piazzato qua e là nella magica lenta “Identities”, oltre che una batteria più esplosiva in alcuni passaggi, merito del drumming possente di Peruzzi.
Insomma, possiamo benissimo affermare che questi tre brani aggiungono poco o niente a questa release, se non una voglia di rispolverare un certo tipo di alchimia; sono interessanti, piuttosto, i tre brani inediti che aprono l’ascolto: le aspettative che questa nuova formazione porta dietro di sé sono elevatissime, e onestamente ci attendiamo molto (e molto di più di questo) da musicisti di questo calibro.
Certo, questo “A Clockwork Reverie” è un buon assaggio ma rimane comunque un episodio di carattere interlocutorio. È come quelle scatole di cioccolatini dove uno tira l’altro, e qui si resta ben presto con un incontrollabile languorino: restiamo quindi sintonizzati per il prossimo full-length firmato Vision Divine.
