7.0
- Band: VISION OF DISORDER
- Durata: 00.40.15
- Disponibile dal: 18/09/2012
- Etichetta:
- Candlelight
- Distributore: Audioglobe
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Sgombriamo il tavolo e fissiamo due punti ben chiari. Uno: i Vision Of Disorder sono un gruppo seminale per l’hardcore e il metalcore di nuova generazione e hanno segnato la musica heavy degli anni ’90. Due: come gli Eighteen Visions, i VOD non hanno mai raccolto quanto seminato, un gruppo “avanti” sia per il look che per la mistura di hardcore, grunge, hard rock… proto nu-metal. Una formazione dall’indubbia caratura, dunque, che si ripresenta nel 2012 in mezzo a un’ondata di reunion che sembrano indicare i trentenni di oggi come una delle poche categorie di consumatori rimasti alle case discografiche per la sussistenza. Ma ha senso pubblicare “The Cursed Remain Cursed” nel 2012, e quale impatto potrà avere oggi? Iniziamo col dire che il disco contiene la formula che ha reso famoso il gruppo, senza però suonare come le band che loro stessi hanno influenzato: il suono è distintivo e riporta immediatamente alla memoria i loro lavori passati, evitando l’autocitazione. E’ diretto, primordiale, graffiante come sempre i VOD sono sempre stati. Grazie a un Tim Williams sopra le righe in una manciata di pezzi vengono spazzati via Bloodsimple e Karnov. Nella raccolta c’è la perfetta immediatezza di “Set To Fail”, l’incubo sofferto e intricato dell’eccezionale “Skullz Out” (nella quale aleggia il fantasma del Layne Staley più sconvolto), il death metal di “The Seventh Circle”. C’è inventiva, gusto, qualità. C’è tutto quello che farà commuovere un trentenne che storce il naso davanti alle ‘frocierie’ dei gruppi moderni, in uno schiaffo sonoro a Killswitch Engage e compagnia arricchita. Però esiste un ‘ma’, e va messo sotto i riflettori: la miscela è perfetta ma i riferimenti sono datati. Anche se non si parla di un’operazione nostalgia (i pezzi sono tutti ottimi e la produzione è quasi inattaccabile) la proposta resta intrappolata in una bolla temporale oramai distante, che le nuove generazioni troveranno difficile sfondare. Con una punta di amarezza, davanti a tanta bontà dobbiamo ammettere che rimangono classe, grinta e inventiva, ma la modernità che la formula possedeva ai tempi di “Imprint” è inevitabilmente scaduta. Con realismo dobbiamo ammetterlo: la maledizione di chi è sempre stato troppo avanti sui tempi resta incollata ai Vision Of Disorder, e a giudicare dal titolo anche la band ne è consapevole.
