5.5
- Band: VITALIJ KUPRIJ
- Durata: 01:48:23
- Disponibile dal: /02/2007
- Etichetta:
- Lion Music
- Distributore: Frontiers
Doppia pubblicazione per il tastierista/pianista ucraino Vitalij Kuprij, promossa dalla finlandese Lion Music con una mossa che ha dell’omicidio-suicidio. Omicidio nei confronti degli ascoltatori, i cui neuroni verranno definitivamente abbattuti da una scarica infinita di note, da sempre segno distintivo dell’operato di Vitalij Kuprij, e suicidio (forse) per l’etichetta, che probabilmente faticherà a smerciare anche le uniche 2000 copie previste per questa uscita. Il discreto “Revenge” datato 2005 viene unito al nuovo “Glacial Inferno” a formare quello che può definirsi un mattone neoclassico a tutti gli effetti. Il sottoscritto si è abbondantemente disintossicato dal periodo neoclassico, ma volendo fare uno sforzo intellettuale è davvero difficile che un lavoro così pretenzioso e composto solo esclusivamente da cliché possa fare breccia nel cuore dei fanatici del genere. Prendete i primi lavori di Malmsteen, uniteli al suo album orchestrale “Concerto Suite For Electric Guitar And Orchestra In E Flat Minor Op.1” ed avrete già l’idea di come può suonare un album qualsiasi di Kuprij. Qui non stiamo mettendo in dubbio le qualità esecuive del tastierista e dei musicisti coinvolti, ma quello che davvero non si riesce più a sopportare sono tutti questi passaggi mutuati dalla musica classica più sborona, ottimi ad un musicista per fare curriculum ma alla lunga poco remunerativi dal punto di vista strettamente artistico. Parliamo di signori musicisti, primo su tutti lo strepitoso Michael Harris alla sei corde, già apprezzato sul suo ultimo ottimo “Orchestrate”, dotato di una tecnica strepitosa e di un certo gusto nello smussare le pacchianate di Kuprij. E’ difficile isolare un pezzo dall’altro dell’interamente strumentale “Glacial Inferno” (degni di nota solo “Symphonic Force”, “Fire in the Sun” ed il conclusivo adagio “Theme By Albinoni”), mentre qualche piccola soddisfazione ce la dà “Revenge”, soprattutto grazie all’ottima prova fornita dai cantanti coinvolti: Joe Lynn Turner (Rainbow, Yngwie Malmsteen, solo), Dougie White (Rainbow, Yngwie Malmsteen), Goran Edman (Yngwie Malmsteen, John Norum), Apollo Papathanasio (Time Requiem, Firewind), Chris Catena e Shaun Leahy. Con certi nomi coinvolti è impossibile aspettarsi una strage, e così è. Bella infatti la prima “Burning My Soul”, vicina ai migliori episodi dei Ring Of Fire (dove Kuprij era coinvolto insieme a Mark Boals e Tony MacAlpine), così come la successiva “I Don’t Believe In Love”, vicina per sonorità ai lavori dei Takara insieme a Jeff Scott Soto. Misurato nella lunghezza l’intermezzo strumentale di Hadyn “Excerpt From Sonata In E Minor” si fa apprezzare, prima della consueta molesta emorragia di note della successiva “Classic War”. Ma la democrazia della musica si fonda principalmente sul tasto ‘skip’, no? Per cui avvalendoci più volte di questo diritto approdiamo alla conclusiva e bellissima ballad “Let The Future Unfold”, letteralmente graziata dal nostro Chris Catena, artista dotato di una voce strepitosa, che vola letteralmente sulle note di un pezzo da novanta, che fa della sua malinconia la sua più grande qualità. Nel complesso possiamo considerare questa doppia release come un lavoro quasi sufficiente, assolutamente inadatto a chi dalla musica cercasse innovazione e forti emozioni. Indicato per i tastieristi e gli shredder più intransigenti.
