7.5
- Band: VOID ROT
- Durata: 00:37:40
- Disponibile dal: 11/09/2020
- Etichetta:
- Everlasting Spew Records
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L’odierna scena death metal americana ricorda sempre più quella dei mitici anni Novanta, se non da un punto di vista qualitativo almeno da quello delle dinamiche interne e della capacità di alcuni leader di influenzare i propri coetanei. Così, se in quell’età aurea erano formazioni come Obituary, Morbid Angel e Death a mostrare la via e ad indirizzare altri musicisti verso la conquista dell’underground, oggi è innegabile come il destino di certe sonorità passi dalla Denver di Blood Incantation e Spectral Voice, autori di alcune delle opere più folgoranti degli ultimi due/tre lustri e fra i pochi gruppi contemporanei che probabilmente non avrebbero sfigurato in quel periodo storico irripetibile.
Questa premessa per dire che, se oggi siamo qui a parlarvi della prima fatica sulla lunga distanza dei Void Rot, lo dobbiamo principalmente alla creatura del cantante/batterista Eli Wendler e alla fascinazione subita dal quartetto di Minneapolis per gli exploit di “Necrotic Doom” e “Eroded Corridors of Unbeing”, promotori di un modo di intendere le derive più doomy e cavernose del metallo della morte che giusto una manciata di band (ci vengono in mente i Krypts) sembravano ricordare fino a qualche tempo fa. I sette brani qui inclusi non si discostano molto da quelli contenuti nell’EP “Consumed by Oblivion” del 2018 o nel recente split con gli Atavisma, tuttavia, assaporando con la dovuta calma l’incedere crepitante del comparto strumentale ed immergendosi nella fitta nebbia che ne scaturisce con il passare dei minuti, l’impressione è che i Nostri abbiano compiuto il salto qualitativo che in molti si aspettavano da loro. Un flusso che, invece di aggredire frontalmente l’ascoltatore o insistere su parti ritmate da headbanging, induce su trame densissime che intorpidiscono i sensi e scavano nella psiche, generando un vortice concentrico di abbandono e distacco dalla realtà.
Death/doom che affonda le sue radici nella pece dei Disembowelment, dei Winter e della vecchia scuola finlandese, ma che si evolve presto secondo traiettorie psichedeliche che non possono appunto non ricordare la visionarietà di una “Visions of Psychic Dismemberment” o di una “Terminal Exhalation of Being”, fra rintocchi melodici azzeccatissimi e una scrittura solida e ordinata che contiene il minutaggio complessivo entro una quarantina di minuti. Strato dopo strato, reiterando i riff quasi fosse un mantra deviato dalle profondità del cosmo, i Void Rot di “Descending Pillars” mettono a segno un colpo che li lancia ufficialmente tra i nomi più interessanti del circuito underground a stelle e strisce, con l’opener/titletrack e la terrificante “Monolith (Descending Pillars, Pt.2)” a renderne quanto mai tangibile il valore espressivo.
