7.5
- Band: VOIDCEREMONY
- Durata: 00:29:48
- Disponibile dal: 14/10/2025
- Etichetta:
- 20 Buck Spin
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Il ritorno dei VoidCeremony, almeno per gli standard del mercato contemporaneo, impegnato nell’eterna costruzione di hype attorno alle nuove uscite settimanali, avviene quasi in punta di piedi, senza particolari sbandieramenti da parte dell’etichetta di turno (la sempre più affermata 20 Buck Spin), eppure si può dire che segni un passo decisivo nel percorso della death metal band americana.
Un’opera che, in qualche misura, abbandona la volontà prettamente giovanile di mettere tanta carne al fuoco – cifra distintiva dei precedenti “Entropic Reflections Continuum: Dimensional Unravel” e “Threads of Unknowing” – per impostare un discorso più attento e misurato, in cui la componente tecnica (per quanto onnipresente) non si frammenta in un collage di parti pregiatissime ma slegate fra loro, bensì viene incanalata in una forma canzone atta a dare ordine alle strutture e punti di riferimento all’ascoltatore, limando così eccessi e fregi superflui.
Di riflesso, anche i riferimenti stilistici del progetto – le cui redini rimangono saldamente nelle mani del cantante/chitarrista Wandering Mind, mentre si segnalano gli ingressi di Dylan Marks (batteria) e Jayson McGehee (chitarra) in sostituzione di Charles Koryn e Philippe Tougas – si rivedono parzialmente, dissipando la densa coltre di nubi di “Threads…” in favore di un suono più agile armonioso, per quanto memore delle spigolosità e dei percorsi sotterranei esplorati fino a non troppo tempo fa.
A tratti, sembra di ascoltare i Severed Savior di “Servile Insurrection”, i Deeds of Flesh di “Of What’s to Come” o i Decrepit Birth di “Diminishing Between Worlds”, tutte band che in quel momento stavano entrando in una nuova fase della loro carriera senza però recidere il cordone ombelicale con il passato, anche se qui – ovviamente – il taglio resta più organico e vecchia scuola, fungendo da cassa di risonanza per una serie di spunti legati alla tradizione degli anni Novanta (Atheist, Death, Timeghoul, ecc.), piuttosto che a quelli della scena technical e ‘brutal’ dei Duemila.
L’immagine che ne deriva è quella di un giardino perfettamente curato in cui il gruppo di origine californiana, avvolto dal mantello di una produzione calda e vibrante, si muove con disinvoltura dall’inizio alla fine della (breve) tracklist; un’oasi fantasmagorica che, dopo le tastiere ampollose dell’intro “Inevitable Entropy”, si spalanca su uno scenario in grado di combinare vigore e raffinatezza, melodia e aggressività, con risultati puntualmente efficaci e penetranti, lasciando intendere come il quartetto – raggiunto ancora una volta dal basso fretless di Damon Good (Mournful Congregation, Stargazer) – abbia trovato una chiave per accedere a piani sonori più emotivi e, in buona sostanza, memorizzabili.
Un salto necessario per non rischiare di finire in un vicolo cieco di autoreferenzialità e tecnicismo fine a sé stesso, che porta “Abditum”, sulla scia di episodi di caratura notevole come “Veracious Duality”, “Seventh Ephemeral Aura”, “Failure of Ancient Wisdoms” e “Gnosis of Ambivalence”, a rientrare nell’elenco degli ascolti death metal più godibili di questa ultima parte di 2025.
