7.5
- Band: VOIDCEREMONY
- Durata: 00:36:44
- Disponibile dal: 14/04/2023
- Etichetta:
- 20 Buck Spin
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Parlare di supergruppo, nel caso di una realtà come i VoidCeremony, è forse esagerato, ma di sicuro consente di mettere più a fuoco l’esperienza dei musicisti coinvolti nel progetto patrocinato dall’ormai imprescindibile 20 Buck Spin. Al fianco del cantante/chitarrista Garret Johnson, da sempre l’anima della band di origine statunitense, troviamo infatti il batterista Charles Koryn (Ascended Dead, Funebrarum, di recente turnista per i Morbid Angel), il virtuoso del basso Damon Good (Mournful Congregation, StarGazer) e lo stakanovista della sei corde Philippe Tougas (Atramentus, Chthe’ilist, Worm), per una dimostrazione di forza già attuata da questa line-up nell’EP dello scorso anno “At the Periphery of the Human Realms”, e che il qui presente “Threads of Unknowing” ripropone e amplifica sulle note di un death metal come sempre criptico, oscuro e progressivo.
Uno stile che deve più di qualcosa a certi visionari degli anni Novanta e alle evoluzioni cosmiche di Blood Incantation e Tomb Mold, e che rispetto all’esordio “Entropic Reflections Continuum: Dimensional Unravel” opta per una riduzione della componente techno-death/thrash à la Atheist in favore di un ispessimento generale del suono e di un’atmosfera cupa e allucinata, che l’artwork di Juanjo Castellano (Helslave, Nightbearer, Sentient Horror) restituisce appieno. Uno sviluppo che sa di agglomerato di nuvole temporalesche e di frattura della crosta terrestre, denso come il magma, basato su una scrittura stratificata e frastagliata in cui anche i riff più diretti e impattanti – vista la loro concatenazione non lineare – generano un senso di straniamento mitigato solo in parte da certe ‘impennate’ melodiche riconducibili al lavoro solista di Johnson e Tougas. Come detto, un disco come “Starspawn” funge qui da termine di paragone inamovibile e importantissimo, ma anche i Morbid Angel dell’era Tucker (compresi quelli più irregolari di “Heretic”) non possono essere ignorati, per una tracklist tanto contenuta dal punto di vista della durata (neanche quaranta minuti di musica) quanto ricca di evoluzioni e capovolgimenti di fronte, di pieni e vuoti sensoriali, da approcciare con la dovuta attenzione per non perdersi le finezze dispensate a rotta di collo dal quartetto.
Data la natura degli episodi, i quali non evitano del tutto di sembrare degli ottimi collage di parti e segmenti, piuttosto che vere e proprie canzoni, non si può dire che il focus venga mantenuto costante dall’inizio alla fine, ciononostante ci guardiamo bene dal bollare le trame di questo secondo full-length come un racconto sconnesso e pretenzioso, anzi. Le capacità dei VoidCeremony, rifinite in cabina di regia dal ‘nostro’ Gabriele Gramaglia, emergono palesi, specie all’altezza di episodi come “Writhing in the Facade of Time” e “Abyssic Knowledge Bequeathed”, per un’opera meno sconvolgente di altre ma che saprà comunque irretire chi attende con impazienza il seguito di un “Hidden History of the Human Race” o di un “Planetary Clairvoyance”. Compattandosi ulteriormente e non smettendo di lavorare sulle dinamiche del songwriting, la piena maturità sarà inevitabile.
