7.5
- Band: VOIVOD
- Durata: 01:12:44
- Disponibile dal: 05/06/2026
- Etichetta:
- Century Media Records
Quella del live con orchestra è un’occasione celebrativa che diverse rock band hanno avuto nel mirino per anni. Un modo per affrancarsi in parte dal proprio sostrato sonoro e fare ingresso in territori musicali radicalmente opposti, ad annullare le distanze stilistiche e concettuali tra un mondo più ‘serio’, alto, accademico e dai nobili natali, e suoni invece popolari, nati dal basso, chiassosi e, almeno alle origini, con minori ambizioni artistiche. Sappiamo bene a quali vette di complessità, ricercatezza, elaborata musicalità il rock e il metal sono riusciti ad arrivare nella loro storia, così che anche i matrimoni tra rock e musica classica sono divenuti nel tempo sempre più abituali, andando quindi a normalizzare qualcosa che inizialmente proprio usuale non era.
Ad aggiungersi a questa lista, che ha tra gli esempi più celebri i Deep Purple di “Concerto For Group And Orchestra” e i Metallica di “S&M”, ecco giungere adesso i Voivod. Esponenti tra i più venerati e celebrati del metal sperimentale, ancora capaci di album di altissimo profilo come gli ultimi “The Wake” e “Synchro Anarchy”, i nostri si cimentano nell’ambizioso progetto di rivisitare una parte del loro catalogo con la Québec Symphony Orchestra, andando in scena il 4 giugno 2025 al Grand Théâtre in Québec City, per un concerto che prova a sintetizzare e amalgamare techno-thrash e musica sinfonica.
L’interazione metal/musica classica, soprattutto quando la fusione è frutto di un procedimento successivo su qualcosa che in origine non prevedeva la presenza di un’orchestra, si presta non di rado a difficoltà d’incastro. Parti strumentali più tranquille e dilatate vanno normalmente con maggiore facilità a integrarsi alle coloriture orchestrali, mentre al contrario movimenti più feroci e serrati rischiano di mettere in un angolo l’eleganza della musica classica, praticamente sommergendola.
Nel caso dei Voivod, nonostante il materiale faccia riferimento in parte preponderante al suo stralunato, psichedelico e avveniristico techno-thrash, l’equilibratura tra quanto suonato dalla band e dall’orchestra è riuscita perfettamente. Ciò senza dover snaturare l’impianto originario delle canzoni, strutturalmente poco ritoccate, laddove è ovviamente negli arrangiamenti che si hanno svariati tocchi di diversità.
Forse proprio per il suo carattere originario già sprezzantemente sperimentale, il muoversi in una galassia sonora a parte, tra ritmi storti e armonie oniriche, molti strumenti afferenti alla musica classica si inseriscono bene nel contesto, quasi come se fosse cosa loro, un ambito dove hanno dimestichezza: lo si nota in particolare nei pezzi più elaborati e narrativi, come “The End Of Dormancy”, che diventa una possente cavalcata da colonna sonora, opulenta ed elegante.
In questo contesto sembra trovarsi a meraviglia anche Snake, quasi stimolato ad essere ancora più stravolto e imbizzarrito nell’interpretazione vocale dei cavalli di battaglia voivodiani, che risplendono di sfumature dorate e un’aura intellettuale anche quando, in origine, portavano addosso le stimmate dell’apocalisse (pensiamo a “Nuclear War”, ultima traccia dell’esordio “War And Pain”).
Dove la simbiosi tra gruppo ed orchestra pare essere assai indovinata è anche – e non ce ne stupiamo – negli estratti da “Nothingface”, probabilmente ancora oggi la pubblicazione più esemplificativa dell’unicità del Voivod-pensiero. “Into My Hypercube” rifulge di una straordinaria modernità, labirinto di note che sottoposto alla manipolazione orchestrale si permette di arrivare a noi sotto una prospettiva leggermente diversa e altrettanto affascinante, rispetto alla sua forma originaria.
Pur riconoscendo l’ottima fattura dell’operazione, che scrive continua comunque a prediligere i pezzi prescelti nella loro forma canonica, ma si tratta di una semplice osservazione personale. Tra l’altro, anche la setlist si dimostra azzeccata, perché ogni momento dell’esibizione – chiusa come da tradizione dalla cover dei Pink Floyd “Astronomy Domine” – sembra essere stato studiato nei minimi dettagli, non lasciando mai la band da sola senza accompagnamento orchestrale, come non accade che Québec Symphony Orchestra vada a prendere totalmente il sopravvento. “Symphonique” si dimostra quindi un’altra sfida vinta dall’immarcescibile quartetto canadese e un’ulteriore testimonianza della sua grandezza.
