VOUNA – Atropos

Pubblicato il 16/07/2021 da
voto
6.5
  • Band: VOUNA
  • Durata: 00:56:49
  • Disponibile dal: 16/07/2021
  • Etichetta:
  • Profound Lore
  • Distributore: Audioglobe

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Quello dei Vouna e del loro secondo album “Atropos”, è una di quelle circostanze dove il potenziale è chiaramente manifesto, ci sono le capacità per creare qualcosa di ammaliante, visionario, incastonato in un mondo sensoriale assai personale e staccato dai cliché. Solo che, apprezzando il risultato finale, si percepiscono piccoli difetti qua e là, poca coesione e mordente, indole alla prolissità, tutti elementi che messi in fila l’uno con l’altro, portano a dare un giudizio solo parzialmente positivo sull’operato di questa one-man band. Vouna è la creatura dell’eclettica polistrumentista Yianna Bekris, una ragazza che si è imbarcata nel progetto tre anni fa, con la pubblicazione del primo disco omonimo. Minutaggio ridotto, musica eterea e parecchio synth-oriented, velature gotiche tristissime che solo in parte le accomunano ai contenuti di “Atropos”. Il passaggio alla prestigiosa Profound Lore è giustificato da una ricerca sonora sicuramente di alto profilo, che mira a confezionare un ampio ventaglio di suggestioni, rinvenienti da parecchi ‘campioni’ della malinconia disperata in forma sonora. Si citano quindi My Dying Bride, Evoken, Sub Rosa, Paradise Lost, Evoken, nella biografia, ed è soprattutto con l’immobile grigiore di quest’ultimi, quando non impegnati in nerborute progressioni death metal, che possiamo scovare le maggiori analogie. Questo sul piano delle atmosfere, perché il suono solo in parte prende qualcosa dal funeral doom.
Ampio è il ricorso a soluzioni mutuate dalla musica classica, meglio definirla da camera, con ampie iniezioni di gothic metal novantiano e una indefinitezza tipica del filone avantgarde. A contribuire a questa sensazione di avvenirismo, di esplorazione in dimensioni sonore vergini o quasi, c’è l’assenza di strutture codificate; le tracce, escludendo l’intermezzo “What Once Was Reprise”, si sviluppano come suite sinfoniche, poggiando su chitarre piuttosto voluminose e caratterizzanti, ma che si accomiatano pure piuttosto spesso, per far emergere l’indole plumbea di altri strumenti, fossero il violino, i sintetizzatori, la chitarra lap steel. La voce pulita della Bekris mal non si comporta, si accorda con le sue lunghe note meste al clima generale, trasognato, sonnambulo, riflessivo sui contorni mortuari della vita, sul suo limite finale, dopo il quale vi è il nulla. Se i singoli passaggi, così severi eppur delicati nella gravità del feeling, avrebbero un potere suggestionante piuttosto forte e si fanno veicoli di emozioni vere, per nulla artefatte o edulcorate, l’insieme sconta un eccesso di dilatazione, di rarefazione sonora cui non fanno da contraltare arie memorabili, vocalizzi di rara bellezza o spunti che si facciano ricordare.
Il vero scoglio in “Atropos”, insuperabile in diversi punti, è la noia. Salvo rari momenti più irruenti, la diluizione in nenie narcolettiche e ampollose tarpa le ali al discorso intrapreso. Si resta bloccati tra infiniti punti di sospensione, un vagheggiare che non trova una direzione precisa verso cui muoversi. Anche provando a interpretare “Atropos” come qualcosa più afferente al mondo delle soundtrack o della darkwave, riconoscendogli quindi che l’indefinitezza dei contorni risponde a un taglio stilistico ben determinato, sono tanti i passaggi in cui ci si chiede cosa stia avvenendo, perché ci sia fermati proprio in quel punto e la musica non scorre come dovrebbe. Peccato, i presupposti per un’opera di caleidoscopico doom sperimentale c’erano e forse daranno i loro frutti in futuro. Per ora, “Atropos” appare un risultato monco, insipido e un filo pretenzioso.

TRACKLIST

  1. Highest Mountain
  2. Vanish
  3. What Once Was Reprise
  4. Grey Sky
  5. What Once Was
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