7.0
- Band: WALDGEFLÜSTER
- Durata: 00:50:21
- Disponibile dal: 07/11/2025
- Etichetta:
- AOP Records
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Con “Knochengesänge II”, i Waldgeflüster decidono di esplorare le radici del proprio suono, ma lo fanno con uno spirito profondamente diverso. L’album, che nasce dallo stesso materiale di base di “Knochengesänge I”, ne condivide la stessa ispirazione e gli stessi elementi fondanti, che risultano però completamente revisitati.
Il risultato non è una semplice continuazione, bensì una re-immaginazione: un disco parallelo, tematicamente legato al primo, ma con una propria anima e sin dai primi minuti si percepisce un peso acustico ed atmosferico più marcato rispetto all’originale. “Knochengesänge II” sembra infatti portare sulle spalle un fardello più pesante, depressivo e notturno.
Pur affondando le radici nel black metal, le sue strutture e atmosfere si spingono ben oltre i confini del genere: il fulcro non è infatti la violenza, quanto piuttosto l’introspezione e una reinterpretazione dei sentimenti che animavano il primo capitolo, filtrati attraverso una sensibilità diversa, più riflessiva e malinconica.
Il mood generale è meditativo e immerso in una tristezza marcata, in cui i bavaresi costruiscono paesaggi sonori dominati da chitarre acustiche, tappeti ambientali, orchestrazioni delicate e un uso costante del canto pulito.
Se volessimo collocarlo in un ambito definito, le atmosfere rimandano al lato più malinconico, affine al folk doom di gruppi come In the Woods… e Insomnium, ma senza raggiungere le vette dei capolavori del genere.
Ed è proprio qui il limite più marcato di questo lavoro, coraggioso ma in certe parti ancora acerbo nel suo focalizzarsi sulla componente folk che, per quanto buona, non regge il confronto sulla lunga distanza con la bellezza dei brani di “Knochengesänge I”.
“Das Klagelied Der Krähen” è un delicato affresco acustico, ottimamente arrangiato, di folk teutonico sulla scia di Orplid e dei Darkwood più orchestrali, mentre la successiva e lenta “Frankfurt, 19. März” si riveste di un abito elettrico, cambiando registro nella sua seconda metà, incupendosi sempre più ma dilungandosi forse in maniera eccessiva.
“The Little King And His Architect”, in cui si rivede Austin Lunn dei Panopticon — questa volta alla batteria — accelera e riprende in parte la densità del black metal, pur lasciando pieno spazio a voci pulite e drammatiche, mentre “Crusade In The Dark” si tinge di quella depressione autunnale dei Katatonia più recenti.
“In Lethes Fluten” è una rivisitazione in chiave ambient di “Lethe – Der Fluch des Schaffenden”, presente in Knochengesänge I: interessante nella sua anima notturna, ma che non regge il confronto con la bellezza dell’originale.
“Singing Of Bones” è un folk tout court che pare uscito dai Panopticon più bucolici, mentre la conclusiva “The Parting Glass” rivisita l’omonimo brano della prima parte in versione corale e a cappella, perdendo però parte del suo pathos intrinseco.
Nonostante la sfida data da un cambio di registro non semplice e forse in alcune parti forzato, questo lavoro mantiene comunque un legame evidente con la sua controparte: si riconosce infatti il DNA, la stessa radice emotiva, sviluppata in direzioni alternative.
In definitiva, possiamo dunque considerare “Knochengesänge II” come un esperimento ambizioso in parte riuscito, una rivisitazione intima che mostra un volto diverso dei Waldgeflüster.
Un album curato, emotivamente denso e ben realizzato, che conferma il coraggio della band di trasformare il proprio suono, pur con alcuni limiti che diventano ancora più evidenti se messi a confronto con il materiale più estremo.
