8.0
- Band: WARNING
- Durata: 00:45:10
- Disponibile dal: 19/06/2026
- Etichetta:
- Relapse Records
Vent’anni fa uscì un disco che, senza rivoluzionare il panorama del doom inglese, è diventato col tempo uno dei capitoli più importanti del genere. Parliamo di “Watching From A Distance”, secondo lavoro dei Warning, che finì per trasformarsi nella pietra tombale della band proveniente dall’Essex, scioltasi ufficialmente (per la seconda volta) solo tre anni più tardi, nel 2009, quando Andy Prestidge e Patrick Walker (rispettivamente batterista e cantante/chitarrista) diedero vita ai 40 Watt Sun, progetto che raccolse l’eredità della band madre pur abbandonando di fatto ogni pesantezza metal in favore di un suono molto vicino allo slowcore di Red House Painters, Codeine e dei primi Low.
Uscito in un periodo in cui, pur al netto di grandi lavori come il debutto degli Ahab, “From These Wounds” dei Funeral e “Alone”, canto del cigno dei Solitude Aeternus, il doom non viveva più i fasti degli anni Novanta, “Watching From A Distance” riuscì a creare un suono unico e infinitamente decadente, capace di mescolare la spazialità del doom inglese dei primi anni Novanta con una sensibilità vocale affine ai grigiori di band rock come i Madrugada, soprattutto vista una certa vicinanza tra il timbro vocale di Patrick Walker a quello di Sivert Høyem.
Ne risultò un disco più unico che raro, purtroppo mai eguagliato – almeno fino a oggi: dopo quattro splendidi album come 40 Watt Sun e una comparsata all’edizione 2017 del Roadburn, in cui “Watching From A Distance” venne eseguito per intero (evento poi documentato da una pubblicazione live), i Warning tornano infatti in formazione originale per dare seguito al loro capolavoro, già oggetto di ristampa a inizio anno da parte della Relapse.
L’etichetta americana si occupa anche di questo nuovo “Rituals Of Shame” che, sin dai primi minuti, si configura come la perfetta continuazione di un discorso interrotto bruscamente due decenni fa, in un continuum sonoro ed emotivo di rara coerenza.
È infatti evidente come i Warning non abbiano perso nulla di ciò che li rendeva unici: il passo glaciale della musica e la voce emozionante e delicata di Walker continuano a fondersi in una combinazione perfetta, trascinando l’ascoltatore in quarantacinque minuti intensi e toccanti.
Il lavoro si apre con la title-track, ideale per riabbracciare tutte le emozioni che associavamo ai Warning. Sebbene la band suoni esattamente come ci si aspetterebbe, si avverte al contempo un senso più profondo di maturità, come se gli anni di tensione acustica nei 40 Watt Sun abbiano ulteriormente cesellato la loro anima doom.
Lentissima e dalla struttura più diretta è invece “Stations”, la quale, nonostante i quasi dieci minuti di durata, si sviluppa in modo graduale e continuo, lasciando grande spazio alla voce quando necessario, per poi concludersi con una coda strumentale che riecheggia i territori desertici degli Earth più dilatati. “Night Comes Down” è forse il momento che più richiama l’esperienza slowcore di Walker, con la voce come fulcro espressivo e il resto della strumentazione a fare da supporto: qualche riff di scuola My Dying Bride emerge solo nel finale, senza mai distogliere l’attenzione dal profondo e fragile lirismo delle linee vocali, in modo non dissimile da quanto accade in “Landing Lights”.
“Teacher” chiude “Rituals Of Shame” con uno dei riff di chitarra più desolati dell’album, creando il contesto perfetto per quella che potrebbe essere una delle vette espressive di Walker, sia come autore che come interprete.
Il suo controllo vocale è evidente in ogni passaggio, mentre si rivolge alla figura protagonista con un’intensità struggente: “Non sarò privo di paura… come ho potuto avere così poca fede? Non sapevo che il tempo si sarebbe piegato contro di me, tra ogni ora colma di vergogna che mette a nudo il nostro amore e una dipendenza sempre più oscura… non sto stringendo quasi nulla tra le mani”.
I lamenti accorati di Walker — “Volevo imparare, lo volevo così tanto, volevo provarci” — diventano strazianti nella coda finale, mentre un fraseggio di chitarra sospeso accompagna i ‘rituali della vergogna’ verso una conclusione trionfalmente cupa e morbosa.
“Rituals Of Shame” non è solamente un grandissimo disco di doom metal, ma si distingue anche per la profondità emotiva che riesce a esprimere. Non sempre, infatti, il genere è in grado di veicolare una tale quantità di dolore, sofferenza e tristezza in modo così autentico e sentito: siamo di fronte a un lavoro ricco di forza emotiva, dotato di un’atmosfera unica e di una vulnerabilità profondamente umana.
Dare seguito a un disco considerato da molti un classico assoluto del genere non è cosa mai semplice, soprattutto dopo due decenni e con aspettative che diventano quasi impossibili da soddisfare. Nonostante tutto, i Warning ci sono riusciti.
Essenziale.
