7.5
- Band: WE LOST THE SEA
- Durata: 01:10:40
- Disponibile dal: 04/07/2025
- Etichetta:
- dunk!records
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Non è insolito un percorso come quello dei We Lost The Sea: il gruppo post-rock/metal australiano nasce con un’impronta più ruvida e incanalata nel post-metal ‘classico’, in una versione tra l’irruento e il soffuso vicina ai Cult Of Luna dei primi album, agli Isis e qualche deriva neurosiana più atmosferica. Con “Crimea” (2010) e il più atmosferico e variopinto “The Quietest Place On Earth” (2012) è già evidente un talento che, per quanto non si esprima fuori dai confini del genere, sa dire la sua e farsi notare, uscendo da visioni stereotipate e troppo prevedibili.
Il punto di svolta, doloroso e inatteso, arriva per la band nei primi mesi del 2013, quando il cantante Chris Torpy si toglie la vita. Il gruppo riesce a superare lo sconforto e lo smarrimento del momento cambiando direzione e approccio: da allora i We Lost The Sea diventano una formazione interamente strumentale, levigando le maggiori asperità del proprio suono ma in fondo senza stravolgere del tutto la propria identità.
I cambiamenti verso uno stile più rarefatto, pacato e malinconico erano emersi già in “The Quietest Place On Earth” e assumono un carattere preponderante in “Departure Songs” del 2015. Un album che parla di viaggi, esplorazioni, grandi eventi che in qualche maniera hanno cambiato il corso della storia e generato delle forti ricadute sul mondo. È la svolta, perché da quell’album la band di Sydney diventa una realtà di rilievo in ambito post-rock/metal, suonando relativamente spesso anche in Europa e consolidando una base di fan ampia e sfaccettata.
Passando attraverso un altro eccellente lavoro come “Triumph And Disaster” e un’altra tornata di date europee – tra cui si segnala quella al Damnation Festival del 2022 – gli australiani, nuovamente sotto l’egida della belga dunk! Records, della quale sono uno dei gruppi di punta, approdano ora al terzo disco della loro seconda era, il quinto complessivamente.
Lo fanno senza stravolgere l’impianto fondativo della loro musica, mantenendo quello che in fondo è il motivo basilare del loro successo underground: una ragione, se vogliamo, banalissima. I We Lost The Sea sono probabilmente il gruppo post-rock più pesante in circolazione, il più dinamico e massiccio, proprio perché partono da connotazioni fieramente metal, e solo in un secondo tempo hanno abbracciato soluzioni più raffinate e soffuse, rimanendo così a cavallo di due settori musicali contigui ma non uguali. Senza, tra l’altro, apportare alcun rinnovamento nel genere né, se vogliamo, nemmeno mutando chissà quanto pelle nell’ultimo decennio, (quello che separa “Departure Songs” da “A Single Flower”).
La forza del sestetto rimane essenzialmente quella di saper scrivere grandi canzoni, portando al massimo livello la capacità del post-rock di indurre la mente a immaginare qualcosa di vasto e grandioso, attraverso progressioni ed esplosioni di forte impatto emotivo; andando appunto a differenziarsi dalla massa per un piglio nettamente più focoso, una ritmicità più vivace e la dote di non adagiarsi troppo, quando si vagheggia nella quiete, andando presto a ridare slancio alla propria azione.
“A Single Flower” ha dalla sua una malinconia più veemente rispetto agli immediati predecessori, gettando un velo di oscurità sulle composizioni fin dall’apertura di “If They Had Hearts”. Gli intarsi di chitarre dolcemente plumbee e calme nei crescendo, le sobrie e definitive linee di piano e sintetizzatori si sommano e si accavallano per disegnare un quadro confortevole, chiaro e per nulla inedito un appassionato di post-rock; eppure l’emozionalità prende presto il sopravvento.
Emerge in fretta il carattere dei pattern percussivi, la loro centralità all’interno di una musica dalle movenze morbide, però attraversata da vibrante energia.
Il post-rock/metal degli australiani si concede diversi attimi di astrattismo, a volte più lunghi e modulati con grande calma, in altre occasioni più estemporanei ma coerenti al flusso narrativo.
L’assenza di vere discontinuità con il passato e una composizione abbastanza ‘classica’ rende i primi ascolti qualcosa di tutto sommato convenzionale, abitudinario. “A Single Flower” va compreso nella sua complessità, godendo appieno delle connessioni tra le sue diverse parti e arrivando ad apprezzare appieno la raffinata costruzione delle tracce: laddove traspare una maggiore tensione e le chitarre hanno un dialogo più vivace con piano e sintetizzatori, ecco che infatti arrivano i momenti più entusiasmanti, dove la profondità di pensiero dei We Lost The Sea si esprime ai migliori livelli.
Brilla sotto questo punto di vista “A Dance With Death”, giocata su una sottile tensione e una ritmicità prima ipnotica, poi sempre più incalzante e incombente, mentre le chitarre si ingrossano e diventa copiosa mareggiata. Il sestetto è bravo anche a chiudersi in un sofisticato minimalismo (“Everything Here Is Black and Blinding”), autorevole e affascinante nel dosare le note col contagocce, prima di ritornare a ispessire le sue trame.
Qualche soluzione più coraggiosa e fuori dagli schemi avrebbe giovato a rendere l’album meno inquadrabile e più stimolante all’ascoltato, trattandosi in fondo di un ottimo compendio di soluzioni già affrontate frequentemente dai ragazzi di Sydney.
C’è da sottolineare che la qualità di scrittura rimane brillante, seppure appunto poco coraggiosa e fieramente installata nella comfort zone della band, la quale rimane una delle migliori esponenti del post-rock/metal strumentale di oggi.
