WEAR YOUR WOUNDS – Rust On The Gates Of Heaven

Pubblicato il 09/07/2019 da
voto
8.0
  • Band: WEAR YOUR WOUNDS
  • Durata: 52:30
  • Disponibile dal: 12/07/2019
  • Etichetta: Deathwish Inc.
  • Distributore:

Esattamente come ce lo si aspettava. La maturazione del progetto Wear Your Wounds avviene in maniera sempre più autentica e ‘sentita’, con questo mirabile “Rust On The Gates Of Heaven”, seguito del già ottimo album di debutto. Lo si capisce in fretta. “Mercifully” e la titletrack si prendono il loro tempo per introdurre le tonalità plumbee, malinconiche e decadenti di questa nuova prova per la band del frontman dei Converge, senza l’ansia di dover attendere per forza il break, la distorsione, il climax. Arriva infatti solo sul finale l’entusiasmante solo di Mike McKenzie, che potrebbe davvero proseguire per sempre, soprattutto sulle immagini del video di Max Moore. Sono infatti i tempi dilatati e descrittivi di questo nuovo lavoro che ne comunicano l’impianto personale e passionale, da sempre punto chiave di un personaggio come Jacob Bannon. Tra pelle, ossa e tatuaggi il cuore di un artista del suo calibro riesce ad emergere in questo senso, con una musica sicuramente più accessibile di quella della main band, una musica sicuramente più legata alla moda evocativo-malinconica (e forse un po’ – diciamolo pure – hipster-oriented) del momento, ma che ha dentro di sé un’anima e un cuore pulsante.
Mentre in “Paper Panther” ci si aspettava la svolta finale dopo il cambio ritmico, il tutto si acquieta in “Tomorrow’s Sorrow”, quasi un tributo all’americana, a quei tanti Townes Van Zandt dispersi (personaggio tanto celebrato anche dagli amici neurosisiani Scott Kelly e Steve Von Till), in un intrigante contrappunto di quanto l’hardcore che aleggia nelle spire del progetto possa invece tradursi con un qualcosa di diverso, parimenti viscerale e onesto. L’intimismo lirico e una pacifica resa dei conti con se stessi si traduce in momenti particolarmente significativi, come nella bellissima doppietta  “Love In Peril”/ “Lurking Shadow”, uno dei punti più autentici e personali del disco, capace di inerpicarsi in linee vocali intriganti e trovare un po’ la propria strada all’interno del sound generale che oggi i Wear Your Wounds intendono comunicare. I have such an hard time / Looking in my own eyes. Le sconfitte, il rapporto col padre, le perdite degli amici, la disillusione dell’adolescenza finita e della consapevolezza di dover arrendersi a ciò che la vita ed il futuro portano con sé. La rabbia sembra acquietata in questo incontro con lo specchio, in un età differente da quella di “Jane Doe”, dopotutto.
L’impeto è tenuto a freno, ma la rabbia e la potenza espressiva della band resta lì, come uno spettro che è pronto a farsi sentire. Forse è perché conosciamo Bannon, forse è così perché nel post-hardcore si usa così. Senza grandi urla, senza grandi scossoni, con un’attitudine che forse farà storcere il naso a chi ci vedrà solo il cavalcare una moda del momento, ancora una volta, ma che punta a comunicare una (diversa) anima, fatta dai suoi singoli tasselli ed esperienze. Oltre alla grande dedica alla vita e all’arte di Caleb Sconfield, scomparso il 28 Marzo 2018, insieme a Bannon (accreditato anche al basso, al pianoforte e all’elettronica) figurano ancora i compagni Mike McKenzie (The Red Chord, Stomach Earth), Adam Mcgrath (Cave In) e Sean Martin (Twitching Tongues, ex Hatebreed) alle chitarre e Christopher Maggio (ex Trap Them) alla batteria, con gli ospiti Ben Chisolm al piano e Gareld O’Donnell alla voce. Un compendio di voci e strumenti, timbri e tocchi diversi, ma accomunati da ciò che oggi si può definitivamente definire un progetto importante e su cui si è lavorato davvero con passione e costanza, e non solo un mero side project con cui divagare oltre i Converge.
Per tutta la durata del disco si è di fronte ad una visione chiara, da parte dei musicisti, di quello che si intende comunicare: un malessere esistenziale, contaminato con la modernità dell’elettronica e dell’iperproduzione (a cura   ovviamente dell’amico Kurt Ballou, ormai istituzione per album di questo tipo) e un retroterra fatto di hardcore, stage diving, post-metal. Dove i Converge possono incontrare i Paradise Lost, naturalmente alle soglie della terza decade del ventunesimo secolo. Un bell’album, da gustarsi senza grandi critiche ma cercando di essere trasportati dalla passione e dalla voglia di continuare a fare musica e dire qualcosa. E – perché no? – stare al passo coi tempi. I colori sono quelli dei filtri Instagram, è vero. Eppure la musica è ancora quella vera.

TRACKLIST

  1. Mercifully
  2. Rust on the Gates of Heaven
  3. Paper Panther
  4. Tomorrow’s Sorrow
  5. Brittle Pillar
  6. Truth is a Lonely Word
  7. Rainbow Fades
  8. Love in Peril
  9. Lurking Shadow
  10. Shrinking Violet
  11. Mercilessly
0 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.