WHITE STONES – Kuarahy

Pubblicato il 21/03/2020 da
voto
7.5
  • Band: WHITE STONES
  • Durata: 00:41:20
  • Disponibile dal: 14/03/2020
  • Etichetta: Nuclear Blast
  • Distributore: Warner Bros

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Gli Opeth, si sa, non possono essere considerati una band dall’assetto democratico: la personalità ingombrante per quanto carismatica di Mikael Åkerfeldt occupa gran parte dello spazio, catalizzando su di sé quasi ogni aspetto relativo alla band e lasciando ai suoi compagni di squadra un limitato spazio di manovra. Martin Mendez è il componente degli Opeth con la maggiore anzianità di servizio, dopo Åkerfeldt stesso, eppure il bassista (parole sue) non si è mai sentito abbastanza sicuro di sé dal proporre a Mikael alcune delle sue composizioni. Per lui la scrittura è sempre rimasta un hobby, da coltivare con costanza ma senza dare un vero e proprio seguito a questo suo bisogno artistico, almeno fino ad oggi.
“Kuarahy”, che prende il suo nome dalla città natale di Mendez, in Uruguay, nasce come un vero proprio progetto solista: Martin scrive e registra tutte le parti di basso e chitarra, arruola un batterista, Jordi Farré, e inizialmente pensa di occuparsi direttamente anche delle parti vocali. Non è però soddisfatto del risultato finale e chiede aiuto ed Eloi Boucherie, cantante di una formazione catalana che Mendez ha conosciuto dopo il suo trasferimento in Spagna. Completano il quadro le parti di chitarra solista affidate a due amici, il suo compagno di band Fredrik Åkesson e Per Eriksson (Katatonia, Bloodbath).
Così, libero di potersi esprimere come più gli aggrada, Mendez si presenta al pubblico con un album molto personale, che racconta in un certo senso la vita e il percorso del bassista. Si parte da lontano, dall’Uruguay, che rappresenta il tema portante dell’album: la musica di “Kuarahy” si nutre del folklore dell’America Latina, valorizzando le radici di un musicista che fino all’età di diciassette anni viveva dall’altra parte dell’Oceano. Si prosegue con la formazione musicale di Martin, che è da sempre fan dei Morbid Angel e del death metal, e si arriva ovviamente agli Opeth, ma non a quelli cervellotici e citazionisti di oggi, quanto piuttosto a quelli più diretti e groovy.
Il risultato, quindi, è un album che riesce ad essere coerente con quanto fatto dal bassista con la sua band principale (soprattutto in passato) e, al tempo stesso, qualcosa di diverso e distinto. Le atmosfere latine costruiscono un’ambientazione nuova, il death metal del trio non si perde in elucubrazioni filosofiche, ma cerca semplicemente di colpire diretto allo stomaco, pur senza dimenticare qualche passaggio che potremmo comunque definire progressive.
Tutto perfetto, dunque? Non esattamente. Mendez è un eccellente bassista, ma non è un chitarrista a tempo pieno e la cosa si sente. Le sue linee di chitarra sono asciutte e sembrano essere concepite come una trasposizione su chitarra di una partitura di basso; questa sensazione è acuita ulteriormente dalla scelta di Mendez di registrare con una Fender Stratocaster e una distorsione non così accentuata. Probabilmente lasciando inalterato il songwriting ma avvalendosi di un chitarrista aggiuntivo in fase di arrangiamento i White Stones avrebbero potuto raggiungere una solidità e un’identità come band ancora maggiore. Si tratta però di un primo capitolo che, compatibilmente con gli impegni legati agli Opeth, confidiamo di vedere crescere ed evolversi. Fino ad allora, per tutti coloro che ancora aspettano speranzosi il successore di “Watershed”, questo “Kuarahy”potrebbe essere quantomeno un buon premio di consolazione.

TRACKLIST

  1. Kuarahy
  2. Rusty Shell
  3. Worms
  4. Drowned In Time
  5. The One
  6. Guyra
  7. Ashes
  8. Infected Soul
  9. Taste Of Blood
  10. Jasy
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