7.0
- Band: WHITECHAPEL
- Durata: 00:43:11
- Disponibile dal: 07/03/2025
- Etichetta:
- Metal Blade Records
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Nella vita così come nella musica, ci sono percorsi che, dopo giri immensi, finiscono per riportare chi li ha compiuti a casa, dove tutto è iniziato. Questa, bene o male, è l’immagine che ci sentiamo di accostare alla nuova fatica in studio dei Whitechapel, annunciata già da tempo come una sorta di ritorno alle origini e portabandiera di uno stile che, effettivamente, si pone in netta antitesi con la ricerca introspettiva e la sensibilità melodica dei precedenti “The Valley” e “Kin”, in uno spasmo viscerale da cui trapela anzitutto il desiderio di riabbracciare una certa visione di metal estremo americano (parliamo di quello nato e diffusosi nell’era MySpace) e di elargire un suono il più possibile brutale, cupo, percussivo.
“Questo sarà il nostro album più pesante di sempre”; lo sappiamo, è un’espressione a dir poco abusata e stucchevole, ma va detto che per una volta, nel caso di “Hymns in Dissonance”, non risulta così fuori luogo o campata per aria; ascoltando infatti le dieci tracce del disco, e scoprendone il concept basato sulle vicende di un santone e della sua setta deviata, si fa largo l’impressione che il gruppo di Knoxville non abbia solo riavvolto il nastro fino ai tempi di “The Somatic Defilement”, “This Is Exile” e “A New Era of Corruption”, ma ne abbia anche esasperato alcune caratteristiche, nel segno di un processo regressivo che – per ampi tratti – cancella con rabbia quell’evoluzione stilistica citata poc’anzi.
Si torna quindi sui registri inequivocabilmente deathcore della prima fase di carriera, a quel mix di Aborted, Dying Fetus e Meshuggah, condito da una serie di breakdown pesantissimi e da vaghi accenni black metal, che definì il nome di Phil Bozeman e compagni in quel periodo, con un’ulteriore passata di livore e marciume (basti sentire il growl del frontman, fognario come non accadeva da anni, o i suddetti rallentamenti elefantiaci) a rendere inequivocabili l’attitudine e le intenzioni di questo comeback.
Appurato che, come da tradizione, il songwriting si mantiene sempre su livelli decorosi, che anche qui è possibile imbattersi in qualche scampolo di melodia (come nel finale katatonico dell’ottima “Nothing Is Coming for Any of Us”, segno che non tutto del recente passato è stato rinnegato) e che, in generale, nel loro ricongiungersi alle radici, i Nostri appaiono molto più onesti e credibili di altre formazioni sedotte dalla nostalgia (Suicide Silence?), è palese che l’insieme, per coloro che avevano apprezzato i chiaroscuri e l’emotività dei dischi del 2019 e del 2021, non potrà non sapere di involuzione, di dietrofront rispetto a quello che pareva essere un percorso organico e lineare, con diversi brani a seguire dei cliché piuttosto che la spontaneità creativa.
Un’opera che, in definitiva, omaggia scrupolosamente una mitologia tanto indimenticata (almeno per certi ascoltatori trentenni), quanto datata, ribadendo sia l’esperienza e l’autorevolezza dei suoi autori, sia un intento di base che limita giocoforza l’espressività e le dinamiche. Un’opera che, preso atto della ‘botta’ di episodi come la title-track, “A Visceral Retch” e “Diabolic Slumber”, oltre che di qualche parentesi ridondante, fa sì che la curiosità di sapere in quale direzione procederà il sestetto dopo questa sbornia di chitarre ribassate al collasso e fughe ritmiche in tempi dispari resti legittima.
