7.0
- Band: WILL O’ DUSK
- Durata: 00:38:20
- Disponibile dal: 28/11/2025
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Presentati con la consueta enfasi nella bio promozionale come un incrocio tra southern rock, post-grunge, hard rock e glam, nella pratica i debuttanti Will O’ Dusk si confermano essere una sorta di versione nostrana dei Blackstone Cherry, dove alle strade deserte del Texas si sostituisce la pianura padana e le colline del Chianti.
Diviso idealmente in due atti, “The Long Lasting Dusk” si apre con una prima parte, intitolata “The Descent”, più vicina al blues che all’hard rock: atmosfere crepuscolari e profumo di whisky accompagnano le varie “Hearbreak Dust” e “Lucifer’s Tears”, facendoci idealmente assaporare la polvere del deserto tra riff saltellanti e linee vocali sofferte come nella migliore tradizione del genere.
La toccante ballad “White Shadow”, con solo la chitarra acustica pizzicata ed un’armonica ad accompagnare la voce di Riccardo Maria Barchesi, chiude idealmente la prima metà del disco con echi del Boss per antonomasia, dando il via a un lato B decisamente più frizzante a partire dal titolo (“The Resurgence”): “Let It All Explode” si lascia andare a briglia sciolta giustificando l’accostamento al glam, mentre “Take Until You Make It”, “SlowMo” e “Whitehouse Road” (cover di Tyler Childers) scoppiettano come tizzoni di carbonella hard blues sotto il soffio del mantice dei Cinderella, con la chitarra di Danilo Casali sempre più sugli scudi.
La più corale “The Last Drop”, trascinante come i migliori rocker svedesi del terzo millennio, chiude un disco cui manca forse un pizzico d’immediatezza per bucare lo schermo, ma comunque solido sotto ogni punto di vista e con il giusto mix tra l’energia dell’hard rock e la maturità del blues.
