6.5
- Band: WINDS
- Durata: 00:55:23
- Disponibile dal: 04/09/2007
- Etichetta:
- The End Records
- Distributore: Masterpiece
Sfuggente a qualsiasi catalogazione, la proposta dei Winds è sempre rientrata nella minestra progressiva, presentando una mistura di stili ben amalgamata che non digerisce la tradizionale formula strofa-bridge-ritornello, prediligendo un andamento personalizzato che mantiene alla perfezione l’intimismo delle atmosfere. Il quarto sigillo del gruppo norvegese, mantiene sostanzialmente equilibrati i propri ingredienti con una base chitarristica heavy in stile thrashy o classic nella ritmica e neoclassica nei frequenti assoli dal virtuosismo facile di Carl Tidemann (ex Arcturus). Intrigante l’utilizzo del piano da parte di Andy Winter (Age Of Silence), in grado di aggiungere una spiccata componente classica al pari di archi vari prestati per l’occasione dalla filarmonica di Oslo. Strepitosa l’opera della sezione ritmica con Oystein Moe (Ulver), in veste di guest, al basso e un Hellhammer finalmente riconoscibile dietro le pelli dopo la parentesi piatta nei Dimmu Borgir. Discorso a parte meritano le voci, sempre alla ricerca di trame melodiche intricate e poco appariscenti, che rendono ostica ma allo stesso tempo suggestiva, la canzone di turno. La maggior parte del lavoro canoro è svolta da Eikind (Age Of Silence), con vocals pulite supportato da guest di spessore come Lars Nedland (Solefald), Dan Swano (Edge Of sanity) e dalla preziosa ugola di Agnete Kirkevaag dei Madder Mortem. Il discorso fatto poc’anzi riguardo alle vocals unito ad una continua varietà di ritmiche e atmosfere rendono “Prominence And Demise”, un disco difficile da assimilare, in cui il tentativo di elevare un brano al di sopra degli altri risulta effimero. Tuttavia la componente teatrale di “The Grand Design” e “The Darkest Path”, si mostra priva di inibizioni in maniera piacevole e allo stesso tempo la conclusiva “The Last Line” accenna a partiture folk, tutt’altro che disprezzabili e delinea linee vocali sorprendentemente incisive fin da subito. Contempliamo con soddisfazione il songwriting ispirato e personale del quartetto vichingo, ben rappresentato dalla bellissima copertina firmata Travis Smith, senza ignorare la produzione delle chitarre ritmiche in primis: una bruttura senza scusanti ideologiche, inammissibile a certi livelli.
