8.0
- Band: WINDSWEPT
- Durata: 00:41:55
- Disponibile dal: 12/12/2025
- Etichetta:
- Season Of Mist
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Con “The Devil’s Vertep”, tornano i Windswept, per un nuovo gelido viaggio in un territorio marziale che Roman Saenko, mente del progetto e dei Drudkh, conosce molto bene, ovvero quello di un black metal essenziale, diretto, radicato in melodie est-europee e nella narrativa oscura della sua Ucraina.
Il concept lirico è dedicato ai processi alle streghe di Kremenets, e narra dell’agghiacciante ritrovamento, in un villaggio ucraino del 1753, di un neonato morto e mutilato in un porcile, vicenda che scatena accuse di stregoneria, torture e confessioni ambigue; una storia che fornisce un contesto non solo estetico, ma sorregge il disco con coerenza e la giusta dose di marzialità, visto il tema.
Questo è forse il disco dei Windswept che più ci ha portato alla mente la band madre di Saenko – riff circolari, atmosfera malinconica, quel senso di vento gelido che soffia tra le note – però va detto che “The Devil’s Vertep” riesce a non sembrare un semplice derivato dei Drudkh.
Per quanto presenti delle somiglianze probabilmente fisiologiche, emergono innesti provenienti dalla tradizione dell’heavy metal estremo: insomma, oltre alla band madre, risuonano anche tracce dei Darkthrone più rigorosi (quelli dei brani più lenti dei primi dischi, come in “Nest Of The Witches”), ma anche un certo incedere quasi thrash tedesco dei primi anni Ottanta (le cui affinità con quello che poi sarebbe diventato black sono sempre state evidenti) – si senta il bel paio di riff che appaiono in “Verdicts” ad un certo punto; insomma, quasi un richiamo alle radici del genere, capace di donare ai brani un taglio asciutto e terreno.
L’album si fa ascoltare davvero con piacere, il black metal proposto è compatto, monolitico, roccioso, eppure lascia trasparire una musicalità fredda, rabbiosa e triste, desolante; le tracce scorrono con una compattezza che evita sbavature e dispersioni, culminando in brani come “The Potion”, uno dei momenti più riusciti, che mostra bene come il disco giochi su un equilibrio continuo tra crudezza e tensione melodica: riff ripetitivi, ipnotici ma mai statici, con una batteria ossessiva, martellante, e una sensazione costante di fatalismo che permea tutto il lavoro.
Da citare una (probabilmente involontaria) progressione di accordi che ricordano molto “Orion” dei Metallica, che pure non stona affatto. Altro brano degno di nota è quello in apertura, “Infanticide”, il quale senza introduzioni o chissà che giri di parole setta immediatamente il mood del disco, violento e assieme curato.
La produzione resta ruvida e restituisce un lavoro essenziale ma non semplice, scarno ma non grezzo, e in grado di funzionare nel suo non cercare di sorprendere con soluzioni inaspettate, ma costruendo un percorso compatto e annichilente.
Al netto dei confronti con i Drudkh, qui più evidenti che nei due dischi precedenti, possiamo affermare di essere di fronte ad uno dei lavori più centrati dei Windswept, forse quello in cui la visione del suo mastermind risulta più matura e definita per questo progetto: una conferma nel tempo e nella crescita, da prendere in seria considerazione.
