8.0
- Band: WINGER
- Durata: 00:43:50
- Disponibile dal: 10/08/1988
- Etichetta:
- Atlantic Records
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Poveri Winger. Non erano certamente i più famosi, né i più eccentrici o imbucati della pur variopinta scena hair metal degli anni Ottanta, eppure furono prima bullizzati da Lars Ulrich – che nel video di “Nothing Else Matters”, praticamente trasmesso in mondovisione a reti unificate, prende a freccette il poster di Kip Winger – e poi da “Beavis & Butthead”, cartoon cult di MTV in cui il personaggio più sfigato, Stewart, veste una loro maglietta in contrapposizione a quelle di Metallica e AC/DC dei protagonisti.
Difficile resistere a tutte queste calamità, considerato anche l’avvento del ciclone grunge che spazzò a colpi di flanella l’intera scena glam, tuttavia il tempo è galantuomo, quindi dopo tutti questi anni i Winger restano una della band invecchiate meglio. Dopo un’incarnazione primordiale ad inizio degli anni Ottanta che vedeva riuniti i tre fratelli Kip, Paul e Nate Winger, la band di New York trova una sua connotazione definitiva nel 1987 dall’unione di quattro musicisti dalla tecnica sopraffina – oltre al già citato Kip e al tastierista Paul Taylor, entrambi già turnisti per Alice Cooper, della partita sono il talentuoso chitarrista Reb Beach e il batterista Rob Morgenstein – che l’anno successivo daranno vita all’omonimo album di debutto, un piccolo culto da riscoprire se pur non privo di qualche peccato di gioventù figlio anche dell’epoca.
La definizione postuma di ‘Dream Theater del glam’ rende l’idea, e l’approccio nerd può in parte spiegare l’astio di cui sopra, ma al netto di qualche scivolone nei testi (su tutti “Seventeen”, canto d’amore per una minorenne che oggi sarebbe oggetto di censura) e di una scivolosa cover di “Purple Haze” (suonata insieme al figlio del leggendario Frank Zappa), il resto dal punto di vista strumentale ha pochi eguali nel pur virtuoso panorama degli anni Ottanta: il rifing da guitar hero di “Madalaine”, i violini che introducono “Hungry”, le ritmiche sincopate della già citata “Seventeen” (tecnicamente mostruosa) e la scala modale della power ballad “Headed For Heartbreak” sono tutte finezze disseminate in hit radiofoniche dallo squisito sapore pop-metal capaci di scalare le classifiche, così come non da meno sono le chitarre infuocate di “Time To Surrender”, il prog-sleaze di “Poison Angel” e finanche i cori zuccherini della bonjoviana “Without The Night”.
Il loro peculiare hard/prog rock troverà una forma ancor più definita nei successivi lavori, ma ancora oggi l’opera prima dei quasi Sahara (come si sarebbero dovuti chiamare, al punto che il precedente moniker trova posto sulla copertina) resta un unicum nel decennio musicalmente più colorato del secolo.
