7.5
- Band: WINTERFYLLETH
- Durata: 01:03:38
- Disponibile dal: 27/03/2026
- Etichetta:
- Napalm Records
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E con questo siamo arrivati a ben nove full length album: i Wynterfylleth stanno attraversano un periodo di forma smagliante e, freschi di un nuovo contratto stavolta con la pigliatutto Napalm Records, dimostrano di aver ancora molto da dire.
Il quintetto di Manchester arriva a questo appuntamento in splendida forma, grazie ad un miglioramento costante che gli ha fatto toccare un picco con il precedente album “The Imperious Horizon”, qui forse non mantenuto sempre allo stesso livello, ma comunque presente.
Anche stavolta la produzione è pressoché perfetta, i brani sono lunghi (oltre un’ora di musica) e si attestano intorno alla decina, scelta già sperimentata dalla band in passato ma comunque insidiosa, se non si riesce a mantenere una certa qualità per tutta la durata della release.
Rispetto all’album precedente, il nuovo “The Unyielding Season” è infatti un po’ sottotono, nel senso che c’è meno groove e a livello generale le parti black metal risultano meno violente. Non è un discorso di vero e proprio ammorbidimento, ma lo stile man mano che si stratifica e si arricchisce di nuovi elementi fa perdere, in questo caso, parte dell’aggressività del sound black metal.
Le cupe suggestioni che si potevano ritrovare in diversi episodi del lavoro precedente qui si sono piuttosto evolute o, per meglio dire, trasformate in momenti di speranza in cui il mood musicale si schiarisce, si rasserena come un cielo terso dopo la tempesta: stavolta questa resta in lontananza, come un’eco lontana, forse ‘troppo’ lontana – ecco quello che manca veramente a questo pur valido nuovo album.
I testi si evolvono in sintonia con la musica, la elevano, la arricchiscono di nuove immagini e di sentimenti che non si possono spiegare solo a parole, a testimoniare come i Winterfylleth con il tempo siano diventati sempre più una band dal sound strutturato ed intrigante, perché la loro sobrietà a tratti elegante nasconde, in realtà, un background assai profondo.
In questo nuovo lavoro, a livello di liriche non ci sono riferimenti storici particolari, ma le atmosfere delle canzoni e tanti altri elementi fanno pensare a questa band albionica come un qualcosa di fortemente ancorato al passato remoto del mondo britannico (anche se mai in modo eclatante come nel caso dei conterranei Forefather, ad esempio), in cui un popolo su tutti aveva un legame indissolubile con le forze della Natura, ovvero i Celti.
Una velata spiritualità permea la musica dell’album, rimandando in qualche modo ai tempi antichi, alle speranze infrante e alle battaglie vinte e perdute proprio di quel popolo, senza bisogno però che vengano inseriti forzatamente elementi folk celtici o momenti troppo epici: la bravura dei nostri sta anche in questo, nel riuscire ad essere evocativi senza cadere nel manierismo epico, come invece succede troppo spesso nel genere pagan metal.
Tornando alla musica, si può certamente parlare di black metal anche se questo è talmente edulcorato da melodie dolci e malinconiche, che la parte prettamente violenta perde spesso molto del suo impatto. Il songwriting, tuttavia, è davvero di pregevole fattura e perfettamente in gradi di dimostrare la propria maturità compositiva, compresi i due intermezzi strumentali.
Le melodie sono intriganti e tutt’altro che banali, le composizioni sono stratificate e la loro struttura è complessa e studiata con attenzione: abbiamo a che fare con una band che prima di tutto, nel comporre, ci mette la testa, per poi far scorrere in maniera naturale i propri sentimenti in un susseguirsi di episodi dove l’anima irruenta del black metal si fonde con l’idealismo del pagan metal, dove il lato epico del viking metal viene veicolato, vincolato e talvolta adombrato dal doom metal.
L’inizio e le melodie dell’ottima “In Ashen Wake” possono portare alla mente qualcosa dei Borknagar di “The Olden Domain”, suoni ma anche sensazioni di una musica che nasce da un cuore puro ed in armonia con la Natura.
Nelle parti più lente (quelle ad esempio di “Towards Elysium”) si può percepire la stessa classe di un gruppo come i Primordial, così come nelle parti sinfoniche tirate i Nostri ci fanno capire di voler essere alla pari di band altrettanto sofisticate come gli …And Oceans.
Il brano scelto come opener, “Heroes Of Hundred Fields”, è forse quello più lineare dell’intero lavoro, scelta un po’ strana, ma presumibilmente ben ponderata perchè in questo modo la band si presenta nel suo aspetto più ‘accessibile’ al pubblico che si aspetta da loro un album black metal: elegante, raffinato, melodico ed epico quanto si vuole, ma pur sempre black metal.
La successiva canzone ha la violenza e la magniloquenza di un tipico episodio viking black metal in stile Helheim, una dimostrazione di forza non indifferente da parte del combo britannico. Episodi particolarmente trainanti risultano poi “Perdition’s Flame” e la splendida title-track, dove i Winterfylleth dimostrano il motivo per il quale spiccano nel panorama di genere nell’isola bretone (e forse non solo), passando da momenti struggenti, ad altri elegiaci davvero sublimi.
Alla fine troviamo anche una cover quasi inaspettata: “Enchantment” dei Paradise Lost, indimenticabile opener del capolavoro assoluto “Draconian Times”: stilisticamente i due gruppi sono distanti anni luce e la cover riesce a metà, seppur riproposta con classe e fedelmente, ma quel che conta è che la scelta sa tanto di omaggio ad una band conterranea che in qualche modo è stata in grado di influenzare generazioni di musicisti ad infondere nella musica una vena malinconica unica. Sebbene sia stata colta l’atmosfera di base della versione originale, manca in questo caso, però, la profondità e la magia che solo una band come i Paradise Lost, capace di forgiare il gothic metal nella sua accezione più intimista, è in grado di creare ad arte.
Grazie ai Winterfylleth, anche stavolta siamo in grado di viaggiare con il pensiero e con il cuore in un lontano passato pieno di fascino, dove lo spirito dell’uomo e la Natura erano ancora in stretto contatto.
