7.5
- Band: WINTERNIUS
- Durata: 00:49:46
- Disponibile dal: 01/05/2020
- Etichetta:
- Black Tears Of Death
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La Liguria è una terra che ha dato molto al panorama estremo italiano (basti citare band come Necrodeath e Sadist) e continua a riversarci addosso uscite di qualità. Non fanno eccezione i Winternius, autori di un black metal diretto e sfaccettato, nati, in qualche modo, dalle ceneri dei Sacradis (altra band genovese di notevole levatura) di cui ritroviamo la batteria e una delle chitarre, cioè proprio quel Winternius che ne era il bassista. I cinque membri del gruppo sono musicisti che sanno il fatto loro e si sente subito: sebbene le radici del sound siano marcatamente black metal, non mancano influenze di molti altri generi dal thrash di “Birds Of Destruction”, alle solistiche smaccatamente heavy metal di “Blood Bones Death” o ai cori di “Infernal Oak”. Certo, forse l’originalità non sarà il punto di forza di questa band, ma la capacità di unire velocità brutale e melodie ben costruite, rende questo debut un lavoro che si inserisce bene nel solco della tradizione black metal italica e non ci lascia respiro dall’opener “Earthquake” alla conclusiva “Thunderfire”. Su un lavoro molto ben articolato e suonato, spiccano due elementi: il primo è la chitarra solista, di cui già abbiamo detto, che compie un lavoro decisamente azzeccato, arricchendo i brani con assoli che pagano un forte tributo al metal più classico e vanno a creare un intreccio convincente con l’anima black metal della band. Il secondo è la voce di Ülfe (anche lui ex membro dei Sacradis), davvero sorprendente: uno scream cupo e “teatrale” che si pone, tanto per intenderci, a metà strada tra Attila e l’ultimo Abbath. I nove brani scorrono molto bene e trovano forse il loro apice nella titletrack e nelle sue atmosfere cimiteriali e profane. Ma ogni pezzo ha una buona personalità, con parecchi rallentamenti e parti più atmosferiche. Come dicevamo, forse a questo “Open The Portal”, quello che manca è un tocco in più di originalità nel riffing, sopratutto considerando che abbiamo di fronte musicisti con una notevole esperienza alle spalle e non persone al loro debutto discografico; e se certi innesti, la notevole capacità in fase di arrangiamento e (sicuramente) una certa dose di malizia in fase di registrazione e produzione costituiscono elementi di merito che rendono il disco un lavoro ben sopra la media, un piccolo guizzo in più nel riffing più marcatamente black non guasterebbe. Certo, quella di rimanere nei territori più canonici del genere potrebbe benissimo essere una scelta precisa e -in tal caso- dobbiamo dire che i Winternius hanno centrato il bersaglio.
