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- Band: WIZARDS
- Durata:
- Disponibile dal: //2002
- Distributore: Self
I Wizards nascono nel 1992 a San Paolo e, dopo due demo, firmano un contratto con la label giapponese JVC/Victor. Come accade spesso per le band power, il successo in terra nipponica fu immediato, ma solo con l’uscita di “Sounds Of Life”, la loro seconda release, per Roadrunner, e ancora JVC in Giappone, cominciarono a riscuotere successo nella loro madrepatria, il Brasile. Dopo un seguito poco brillante a causa anche di una scarsa promozione, i Wizards si presentano in Europa con Arise con questo quarto lavoro. Finalmente un bel colpo della label spagnola dopo la delusione dei Dark Moor, testa di serie del metal iberico. L’album è spontaneo e di piacevole ascolto, con degli ottimi arrangiamenti, songwriting privo di inutili fronzoli, interpretato in maniera lodevole. Il Brasile si conferma terra di ottimi singer: Christian Passos, vocalist e leader della band, è in ottima forma; Kadu (chitarre), Mendel Waisberg (basso) e Charles Dalla (tastiere) tessono trame ricche e trascinanti; Bezi Waisberg, infine, è una macchina macinabatteria. Sono molte le tracce interessanti, a partire dalla title/opener track “The Kingdom”, con un lavoro di basso/batteria di buona fattura, con assoli convincenti e con una notevole prova di Passos, passando per “King Without A Crown”, dotata di riff di chitarra che mi ricordano molto i Gamma Ray di “Somewhere Out In Space” – che, a dir la verità, seppur in questa traccia siano maggiormente evidenti, ho ritrovato spesso all’interno dell’album. Scorrendo qualche traccia incontriamo “Daydreaming”, una bella ballad che regala delle eleganti chicche piano/voce. In pieno stile cavalcata power c’è poi “Willing To Be Free” nonostante gli inserti abbastanza atipici, soprattutto nello stile della linea vocale molto poco gridato. La traccia successiva, “The Call Of War”, è una mid tempo di sapore maideniano ben strutturata e dove, per l’ennesima volta, Christian Passos si mostra all’altezza della situazione. L’unica critica che mi sento di muovere a questa band è sul songwriting che, anche se di buon livello, non raggiunge l’eccellenza se non in alcuni spunti presenti un po’ ovunque all’interno dell’album (soprattutto nei pezzi lenti); di certo la band punta molto sulle qualità canore del suo leader… solo un lavoro più profondo su ogni singolo pezzo porterà questa band al top del genere in Brasile, terra in cui bisogna competere con gruppi di ottima qualità (i Thoten, ad esempio), così come nel resto del mondo.
