6.5
- Band: WOE
- Durata: 00:43:38
- Disponibile dal: 17/03/2017
- Etichetta:
- Vendetta Records
“Hope Attrition” riflette molto bene lo stato dell’arte in certi ambienti black metal contemporanei. Il quarto disco degli Woe è il frutto delle conoscenze e delle passioni di una line-up dalle elevate competenze tecniche, capitanata dal chitarrista/cantante Chris Grigg, che mette a fattor comune un ampio ventaglio delle interpretazioni e degli sviluppi dati al black metal dai primordi ai tempi moderni. L’intera tracklist rimane in bilico fra vecchia scuola – intesa proprio nella concettualizzazione più grezza dei primi anni ’90 – crust, sludge e post-metal. L’istintività ammantante ogni canzone va poi a sposare un’estetica e sostanza punk tipiche del sottobosco estremo statunitense; in questo caso, le analogie più chiare sono con i Cobalt, ai quali i Woe sono accostabili nei passaggi chitarristici più semplici e nelle scelte vocali votate allo screaming isterico e insistito sulle note alte. Il bacino d’influenze, accennavamo, è frastagliato e non ci stupisce ritrovare anche forti assonanze con la scuola sludge-black metal tedesca, avente per epicentro Berlino e che proprio nell’etichetta discografica odierna della compagine del New Jersey, ovvero la Vendetta Records, ha una delle sue dimore predilette. Siamo di fronte a un disco che, come un “Slow Forever” (Cobalt) o uno “Stellar” (Der Weg Einer Freiheit), piega il cerebralismo a sferzate convulse e molto dirette, caratterizzate da tremolanti dissonanze che avvelenano il suono, lo intorbidano di tensione spessa e soffocante, tinteggiata di un nero sfumato, spesso, in nebbioso grigio. L’opener “Unending Call Of Woe” annoda strappi crudi e minimali ad aperture dal gusto solenne, permutazioni durante le quali l’atmosfera rimane crudele, pur incamerando un pathos colossale singolarmente scandinavo. In “No Blood Has Honor” gli Woe si abbandonano a un gozzovigliare pantagruelico nella furia belluina, quasi spostandosi sul versante bestiale del black metal nordamericano (sentite i colpi scomposti della batteria), mentre i midtempo dal retrogusto rock’n’roll in salsa estrema, qui come in altri punti, lasciano affiorare scampoli dei Satyricon del periodo post-“Volcano”. Altre suggestioni sono quelle che chiamano in causa i Celeste, per una certa ossessività degli incroci fra extreme metal e suoni ‘post’, oppure lo screamo, evidente a livello subliminale e reso manifesto dal breve intermezzo in voce pulita, non particolarmente riuscito, di “Din Of The Mourning”. Un po’ tutte le tracce, accanto alla ripetizione di schemi che prevedono tirate ansiogene intervallate da mantriche distensioni fra il circolare e il progressivo, cercano un loro margine di distinzione, fosse l’avvio rallentato ad effetto di “The Ones We Lost” o il sentire apocalittico di “Drown Us With Greatness”. Se nel suo insieme “Hope Attrition” scorre pure abbastanza bene, non segnalando farraginosità o confusione nel songwriting, c’è da dire che una fastidiosa patina di derivatività e genericità grava sull’intero minutaggio dell’album. Non c’è nulla di veramente sbagliato in quanto hanno confezionato gli Woe, però non rinveniamo nemmeno motivi per cui dovreste prestare bramosa attenzione a questi pezzi, vista la concorrenza che vi è nel settore di questi tempi. Pur dimostrando cattiveria, tecnica e un pizzico di varietà, i suddetti Cobalt e Der Weg Einer Freiheit, o entità più spigolose come i Phantom Winter, tanto per fare qualche nome distintosi di recente nel campo, vantano una personalità ben più forte e una dose di coraggio superiore nell’affrontare partiture comunque inflazionate. Gli Woe si rintanano nelle loro sicurezze, portando a casa un buon compitino – brutto “Hope Attrition” non lo è di certo – ma mancando inesorabilmente l’aggancio ai piani alti della scena.
