7.5
- Band: WOEWARDEN
- Durata: 00:48:46
- Disponibile dal: 12/06/2026
- Etichetta:
- Dusktone
Conosciuti dal 2016 al 2020 col moniker Cancer – denominazione sotto la quale avevano saputo costruirsi un discreto seguito nella scena depressive suicidal black metal internazionale – gli australiani Woewarden continuano il loro personale percorso di implementazione delle istanze depressive con elementi mutuati dal classico black metal anni Novanta con questo nuovo full-length “The Roots Of My Neglect”, il secondo del nuovo corso dopo il ben accolto “In The Art Of My Caged Existence” del 2022; un percorso che, se da un lato si può senza dubbio definire all’insegna della continuità, dall’altro fa segnare un deciso passo in direzione ‘classic black metal’, rispetto al recente passato.
Pur non mettendo minimamente da parte i richiami ai vari Silencer, Psychonaut 4 e Shining, infatti, questo nuovo album vede i Nostri avvicinarsi come mai prima d’ora alle sonorità care ad autentici eroi della seconda ondata del black metal quali Emperor, Satyricon e Dissection (più sporadicamente), il tutto irrobustito ulteriormente da alcuni passaggi dai connotati più moderni, vicini a act quali Nightbringer e Akhlys (sebbene senza eccedere nelle esasperazioni dissonanti che caratterizzano le suddette band).
Il risultato è un’opera dallo spettro stilistico piuttosto ampio, mentre dal punto di vista emotivo i sentimenti di disperazione, alienazione e disillusione continuano ad essere senza dubbio predominanti, sebbene le nuove derive stilistiche permettano al tutto di essere accompagnati da sentori di rabbiosa consapevolezza che impediscono ai brani di scivolare nella completa autocommiserazione.
Per avere un’idea di quanto poc’anzi espresso basta dare un ascolto all’intensa opener “Frail”, la quale, a dispetto di un titolo e di un’introduzione ammantati dalle classiche sensazioni depressivo-esistenziali tipiche del DSBM (sottolineate nel corso del brano dalle invasate urla del buon John Pescod), vede i Woewarden lanciarsi in un’intensa, avvolgente e torrenziale cavalcata black metal capace di mettere in musica in modo piuttosto efficace il concept sul quale ruota questo “The Roots Of My Neglect”, ciò il turbine emotivo nel quale si trova coinvolta la mente di un individuo nel momento in cui i muri del suo auto-inflitto isolazionismo crollano, mettendolo nella necessità di dover infine interagire con la totalità del mondo esterno.
La band si rivela molto abile ad alternare momenti di toccante introspezione atmosferica ed intense esplosioni di penetrante, puro black metal, creando così un melange sonoro in cui dinamismo e intensità emotiva vanno a braccetto in modo reciprocamente proficuo, come accade anche nelle riuscite “Spit On Their Remains”, “Traversing Seas Of Dread” (nella quale, all’altezza dello stacco centrale, fanno capolino, abbastanza a sorpresa, rimandi ai nostrani Novembre) o “An Infinite Void” (semplicemente abissale la seconda parte del brano).
Stupisce quasi per veemenza la ferocia dell’attacco di brani quali “Nailed To Aesthetics” o “Engorging The Abyss” (senza dubbio gli episodi più vicini al black metal classico dell’intera opera), mentre in brani come “Walk On Into Calamity”, “As Deep As The Knife Goes” e “The Mokery Of These Broken Words” (con i suoi rimandi ai Katatonia dell’indimenticabile “Brave Murder Day”) è il mal di vivere a prendersi pienamente il proscenio, regalando momenti di autentico, catartico e sapientemente rappresentato dolore in musica.
Come avrete senza dubbio capito, nonostante una invidiabile coerenza di fondo e un’innegabile concretezza, nei quasi cinquanta minuti che compongono questo “The Roots Of My Neglect” di carne al fuoco ce n’è decisamente tanta; un abbondante banchetto a base di black metal, introspezione e disperazione che, per sua stessa natura, potrebbe trovare estimatori tanto nel vasto pubblico del puro DSBM che nei seguaci della nera fiamma più affezionati al periodo d’oro del genere, ma che potrebbe, allo stesso tempo, mettere in difficoltà gli ascoltatori più intransigenti di entrambe le fazioni proprio in virtù della sua natura ibrida e stilisticamente in bilico fra due mondi.
In definitiva, ci troviamo al cospetto di un prodotto destinato ai fan del black metal più ‘open-minded’, nonostante la classicità dei suoi riferimenti stilistici, che vince la sua sfida grazie alla capacità di mantenere costantemente alto il gradiente di intensità della proposta messo in mostra dai Woewarden in questo riuscito come back.
