6.0
- Band: WOLFCHANT
- Durata: 00:43:19
- Disponibile dal: 13/02/2026
- Etichetta:
- Hamburg Records
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I Wolfchant sono un combo tedesco che ha alle spalle quasi venti anni di attività e ben nove album, compreso il nuovo “Echoes Of A Time Once Past”.
La loro carriera è fatta di alti e bassi, ma soprattutto di un cambio di rotta stilistico che li ha portati, da un iniziale pagan metal dalle tinte folk, ad arrivare con il passare degli anni fino ad un metal influenzato dal power e dal death metal melodico, con una qualche residualità di elementi folk. Questo cambio e singolare connubio di generi ha senza dubbio spiazzato sia la critica che gli ascoltatori, e per questo motivo la band raramente è stata molto apprezzata; inoltre, più di qualche lavoro passato ha dimostrato di essere poco originale e senza un precisa identità.
Se una band dopo così tanti anni e album realizzati non ha ancora saputo convincere, difficile che lo faccia proprio ora; i pregiudizi sui Wolfchant rischiano dunque di affossare anche questo nuovo lavoro, ma vediamo se sono giustificati.
I punti a favore della band sono senza dubbio una più che buona produzione, che accompagna la band ormai già da qualche release a questa parte, ed una certa maturità nel confezionare dei brani, capaci di svilupparsi con razionalità su una base lineare e solida.
La cosa difficile è definire il genere musicale presente su questa release, anche perché talvolta all’interno dello stesso brano ci sono svariate sfumature stilistiche: i Wolfchant sono infatti cangianti e adattano la propria proposta musicale a seconda del testo utilizzato o dell’ispirazione del momento.
Dopo l’opener che fa da intro epico all’album, si parte con l’aggressiva e veloce “Under A Twilight Star” (la miglior canzone del lotto?), che per certi versi riporta i nostri indietro negli anni, ma con un maggior impatto rispetto al passato.
Non ci si illuda da questo brano che i musicisti abbiamo deciso di virare verso l’extreme metal violento, perché già con la successiva “Goddess Of Fire” emerge un velato spirito guascone che riporta in mente gruppi come gli Alestorm, solo che qui viene utilizzato soprattutto lo screaming per dar maggior aggressività al brano. Molto meglio “Lifeblood”, episodio cadenzato con un refrain convincente e dalle tinte folk, e soprattutto con uno spirito lontanamente epico ad aleggiare sulla musica, donando un certo alone misterico. Possiamo dire che, di tanto in tanto, volutamente o meno, i Wolfchant riescono ad inquadrare quella che potrebbe essere la loro dimensione musicale migliore, come in questo caso.
I brani successivi sono invece sovraccaricati di orchestrazioni e l’impressione è quella che ci sia una sorta d’ispirazione agli Ancient Rites dell’ultimo periodo, non riuscendo però ad arrivare minimamente ai livelli della band belga.
Troviamo ancora disseminati, all’interno di questi tre quarti d’ora di musica, qualche linea death metal melodica, passaggi progressive e alcune cavalcate power metal in stile primi Helloween, ma non riescono a rendere i brani molto interessanti: troppa carne al fuoco, dunque, e qualche brano decisamente trascurabile lasciano ancora una volta i Wolfchant nel loro limbo.
Difficile ormai che la band trovi la giusta rotta che li possa portare ad avere un’identità stilistica focalizzata e più performante, ed è un peccato perché, eppure, le potenzialità ci sono.
