7.5
- Band: WOLVENNEST
- Durata: 01:17:30
- Disponibile dal: 05/03/2021
- Etichetta:
- Ván Records
- Distributore: Audioglobe
I Wolvennest sono una creatura estremamente particolare, nata curiosamente dalle sperimentazioni sonore di tre chitarristi (tali Michel Kirby, Corvus Von Burtle e Marc De Backer), dalla personalità molto sfaccettata, quasi liquida. Hanno esordito con un album collaborativo assieme a Der Blutharsch And The Infinite Church Of The Leading Hand, condividendo con i co-autori Albin Julius and Marthynna un’idea di scrittura che deve tantissimo alla psichedelia, alla sperimentazione e ad un senso di sacralità quasi sciamanica. Il medesimo approccio è stato mantenuto nel successivo “Void” e continua ad essere alla base della proposta della formazione belga, che rifugge le facili classificazioni non essendo facilmente incasellabile in un genere preciso. Oltre che con la band di Albin Julius (almeno nella sua incarnazione più recente) possiamo riscontrare alcune affinità – sonore e concettuali – coi compagni di etichetta (DOLCH) e Urfaust, oltre che Blut Aus Nord.
L’intero lavoro è un lungo viaggio lisergico, all’interno del quale è consigliato perdersi: quell’’open the gates!‘ pronunciato nell’opener “Mantra” sembra proprio un invito ad immergersi nel mix di psichedelia acida, occult rock, doom metal (inteso in senso ampio e assolutamente non classico), ambient e suggestioni oscure, a tratti esotiche. C’è un po’ dei Coven e della più recente tradizione del doom rock in un pezzo teatrale e dark come “Swear To Fire”, nel quale la voce di Shazzula ha i toni alteri di una sacerdotessa. Altrove si infiltrano suggestioni darkwave (“Disappear”) o sperimentazione pura (la strumentale “Alecto”).Troviamo anche l’inconfondibile voce di King Dude, che dà il suo contributo nella ballata “Succubus”, mentre una menzione speciale va alle percussioni, che svolgono un ruolo importantissimo nel creare un’atmosfera rituale, primigenia e quasi tribale (pensiamo soprattutto alla conclusiva ”Souffle De Mort”).
Anche se il mix di stile ed elementi può essere considerato un po’ ‘furbetto’ e trendy, qui c’è sicuramente della sostanza: “Temple” è un disco molto ben scritto ed estremamente melodico e per certi versi accessibile, almeno una volta che si è trovata la chiave di lettura – o il piano di connessione – per comprenderlo. Tra i contro c’è il fatto che si tratta di un lavoro molto lungo e con alcuni momenti forse un po’ troppo teatrali (che funzionano sicuramente meglio in sede live) a scapito del dinamismo. In ogni caso un ascolto interessante.
