WOLVES IN THE THRONE ROOM – Celestite

Pubblicato il 11/08/2014 da
voto
5.5

In nome della totale libertà artistica (sacrosanta ovviamente), i Wolves in the Throne Room realizzano quello che forse tra qualche anno verrà considerato il loro “St. Anger”, il loro “Illud Divinum” o il loro “Cold Lake”. Un disco “altro” dalle sonorità che hanno (ragionevolmente) reso celebre la band, episodio appena uscito ma già destinato ad essere un esperimento isolato (e forse presto anche mezzo rinnegato), che difficilmente interesserà ai fan della band e che ancor di meno piacerà alla popolazione metal più disinteressata. Parliamo di un disco ambient-new age, dai toni pastellati, celestini, siderali e molto vintage, uno showcase di vecchi synth analogici manipolati come potevano fare un tempo i Tangerine Dream, i Kraftwerk, i Dead Can Dance, Kitaro, o il Jean-Michel Jarre più sperimentale. Insomma un nulla totale per un qualsivoglia fan di “Two Hunters” ma anche una release che sfiderà la pazienza – per dire – anche di chi ha apprezzato dischi come “Shadows of the Sun” o “Perdition City” degli Ulver, non certo lavori seducenti per il metallaro medio, ma tuttosommato frutto di una rispettabile linealogia metal. Un puro esercizio di stile insomma, totale auto-indulgenza da parte dei fratelli Weaver in questa loro passione per l’antichità analogica. Un loro puro diletto personale insomma, riferimenti al loro noto passato disintegrati del tutto, e contatti con i loro fan tagliati di netto. Giusto nella nebulosa “Initiation at Neudeg Alm” si intravede uno straccio di pesantezza: terremotanti droni di chitarra inacidita da un downtuning esageratissimo che possono ricordare i Sunn O))) di Monoliths & Dimentions, ma inspiegabilmente condito dalla versione elettronica del riff di “Thuja Magus Imperium”, un vero e proprio autocitazionismo in chiave hippy-new age davvero inspiegabile e quasi imbarazzante. Per il resto siamo al cospetto di spumeggianti e scintillanti composizioni di synth che sanno molto di cattedrale nel deserto, enormi stratificazioni di tappeti tastiere e di modulazioni e sibili di antica memoria analogica, quando negli anni Ottanta gente come Glen Branca, Brian Eno, Pete Gabriel e Scott Walker erano intenti nella esplorazione del medium in una chiave davvero avanguardistica, mentre in questo caso si assiste solo ad un puro esercizio di stile da parte di due “dilettanti” nel genere, un “tentativo” maldestro da parte dei due Weaver che cerca bellezza, raffinatezza, e magniloquenza ma che alla fine materializza solo una risibile pomposità. I fan molto probabilmente (presumiamo) storceranno il naso, i metallari puri e disinteressati derideranno il lavoro senza misura, mentre i fan di musica ambient, elettronica e new age troveranno dei dilettanti un pò allo sbaraglio cimentarsi in un campo non proprio di loro ascendenza, e consiglieranno ai fratelli Weaver di ri-imbracciare le chitarre quanto prima per tornare ad un terreno espressivo di loro competenza. Per la cronaca: la band ha già anche abbandonato qualunque piano di proporre i brani dal vivo, paura forse di trovarsi difronte una platea completamente vuota?

TRACKLIST

  1. Turning Ever Towards the Su
  2. Initiation at Neudeg Alm
  3. Bridge of Leave
  4. Celestite Mirror
  5. Sleeping Golden Storm
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