WORM – Necropalace

Pubblicato il 03/02/2026 da
voto
7.0
  • Band: WORM
  • Durata: 01:02:51
  • Disponibile dal: 13/02/2026
  • Etichetta:
  • Century Media Records

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In un panorama black metal che continua a oscillare tra revival e sperimentazione, i Worm sembrano prediligere la metamorfosi costante. Dopo esordi sospesi tra un modo particolarmente arcaico di concepire il black metal e notevoli intuizioni death-doom, queste ultime concentrate soprattutto nell’ottimo “Foreverglade”, i Worm hanno imboccato una via più tendente a una riscoperta della grande stagione symphonic black metal della seconda metà degli anni Novanta, aprendo così l’ennesimo nuovo capitolo in un percorso artistico che non sembra mai volersi assestare su un registro definito.

Anticipato dal mini “Bluenothing” e dallo split con i Dream Unending, intitolato “Starpath”, “Necropalace” è a tutti gli effetti un affondo in quello stile che dominò prima l’underground e poi certo mainstream europeo in seguito all’uscita di lavori come “Enthrone Darkness Triumphant”. Sono proprio i Dimmu Borgir il gruppo più citato in questa nuova opera del duo, il quale va a ripescare e rielaborare tutti gli elementi e cliché del genere, allestendo un disco molto corposo in termini di durata, in cui tutto è giocato sull’interazione tra chitarre e tastiere, su ritmiche frastagliate, ma mai troppo tese ed esasperate.

La durata del disco, corposa e quasi ambiziosa, mette subito in chiaro che il duo non punta a brevi affreschi: ogni traccia è costruita come un piccolo teatro di melodie e contrappunti, con le tastiere a intessere tappeti barocchi che circondano e dialogano con le chitarre di Philippe Allaire-Tougas. L’interazione tra i due strumenti è il cuore pulsante del lavoro, con questo interplay particolarmente evidente nei midtempo, i quali consentono agli intrecci di respirare e di far emergere dettagli che altrimenti rischierebbero di perdersi nella densità sonora.

L’atmosfera, come prevedibile vedendo le basi di partenza, è generalmente ampollosa, con i fraseggi dei synth che invadono praticamente ogni traccia, anche se va sottolineato come il suddetto Tougas – assistito addirittura da Marty Friedman sulla conclusiva, lunghissima, “Witchmoon: The Infernal Masquerade” – faccia di tutto per farsi notare con assoli interminabili e svariate finezze. Quando il lavoro di chitarra va in modalità arpeggio – vedi nella title-track – sono poi in primis i classici Dissection a venire alla mente, ma si tratta di brevi momenti in un’opera che, come accennato, verte soprattutto sugli insegnamenti di Dimmu Borgir, Covenant, primi Graveworm e gruppi affini.

Nella tracklist spiccano soprattutto i pezzi un po’ più compatti – “Blackheart” è un singolo azzeccato, ispirato nelle melodie e ben sfaccettato, ma anche “Halls of Weeping” si fa notare, grazie anche ad alcuni spunti più heavy e cadenzati che richiamano “Foreverglade” – mentre qua e la si avverte un po’ di stanca quando il brano si attesta o oltrepassa i dieci minuti. Certe suite di lunga durata possono infatti mettere a dura prova la capacità di mantenere la tensione narrativa, e la lunga sequenza di assoli può risultare ridondante per chi non è completamente immerso in certi sfoggi di tecnica.

Sul piano stilistico, “Necropalace” non pretende insomma di reinventare nulla: le scelte strumentali per lo più evocano senza troppe variazioni i fasti del black metal sinfonico anni Novanta, con un immaginario visivo e concettuale che tende a giocare apertamente con l’iconografia del periodo; un’operazione che, se da un lato manifesta cura e dedizione, dall’altro rischia di apparire leggermente macchiettistica. Del resto, alcuni generi metal si prestano naturalmente a essere rivisitati e aggiornati: death, doom o certi filoni black metal più essenziali offrono un terreno relativamente flessibile, dove riff, ritmiche e atmosfere possono generalmente essere reinterpretati e riportati ai giorni nostri senza grandi forzature. Il symphonic black metal della seconda metà degli anni Novanta, invece, rappresenta un caso più complesso: le orchestrazioni barocche, i tappeti di tastiere, i midtempo epici e l’immaginario teatrale o gotico sono così legati a un periodo storico e culturale ben preciso da risultare oggi di non semplicissima rielaborazione. Non si tratta solo di nostalgia: è la struttura stessa dello stile a renderlo rigido, codificato, e questo genera inevitabilmente un più forte effetto di déjà-vu.

In pratica, lo stile, così radicato in un’epoca precisa, funziona bene come tributo o esercizio di stile, ma è meno adatto a essere reinterpretato in chiave attuale con risultati davvero memorabili. Il rischio è che anche i passaggi più riusciti siano percepiti più come citazioni che come guizzi spontanei. L’ascoltatore moderno può percepire così una sorta di doppia temporalità: da un lato la meraviglia tecnica, dall’altro la consapevolezza di trovarsi davanti a un mondo sonoro ormai ‘congelato’ nella memoria storica del metal. Davanti a questo risultato, si torna insomma ad avere nostalgia dello stile maggiormente sfumato e meno codificato di “Foreverglade”, anche se, appunto, si riconosce al tempo stesso come vi sia una certa mano dietro la maggior parte di queste composizioni. Chi ama band un po’ più recenti come Carach Angren e attendeva anche questo tentativo di revival probabilmente non resterà deluso.

TRACKLIST

  1. Gates to the Shadowzone (Intro)
  2. Necropalace
  3. Halls of Weeping
  4. The Night Has Fangs
  5. Dragon Dreams
  6. Blackheart
  7. Witchmoon – The Infernal Masquerade
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