WORMFOOD – L’Envers

Pubblicato il 05/06/2016 da
voto
7.0
  • Band: WORMFOOD
  • Durata: 00:52:32
  • Disponibile dal: 05/20/2016
  • Etichetta:
  • Apathia Records

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Teatro, linguaggio universale e che supera il concetto stesso d’idioma: in necessità possiamo tradurre, ricercare, capire, ma l’interpretazione, se conscia, sa regalare più di quanto le parole stesse vogliano e possano significare. Restiamo perciò sorpresi quando il minuto e mezzo di “Prologue”, monologo in francese senza una singola nota, riesce a stregarci, più di quanto avremmo creduto, attraverso un’interpretazione pacata ma espressivamente alta di Emanuel Lévy, che ci prende dunque per mano e ci conduce a “Serviteur Du Roi”; l’orrore sociale appena immaginato nel prologo deflagra in un’apertura che affonda nel black e nel gothic più elegante, plumbeo, nebbioso, che puzza di fiume e di vino da pochi centesimi, di elemosina e autobus pieni di gente che guarda dai finestrini. I tempi alternano furia e rigore, velocità e ragione, mentre il cantastorie si erge sopra le sorti delle umane avventure ivi raccontate, sciorinando ora con sarcasmo, ora con disgusto le gesta che rendono il disco stesso un libretto d’opera. I parigini sono maestri dunque nel creare barocchismi mai fuori posto, sapendo molto sapientemente quando è ora di pigiare l’acceleratore nella costruzione di fantasmi, sipari vellutati, colonne sonore, e quando di essere causticamente sagaci nell’esasperare una più concreta produzione musicale. Un’aria che riprende una malinconia carnevalesca che ricorda da vicino i Type O Negative (e non per nulla si fregia di un’apparizione di Paul Bento, già nelle fila delle band di Peter Steele) nel tessere la trama di un lavoro decadente ma che non nasconde, anzi, la sua ironia sagace ed ammantata di disprezzo, come peraltro possiamo ben intuire ascoltando “Gone On The Hoist – G.O.T.H.”, unico pezzo – volutamente – in inglese e che non supera i sei minuti. “L’Envers” prosegue con una forte connotazione di se stesso, forse non riuscendo del tutto a schivare momenti troppo ridondanti (vittime di un piglio avant-garde non del tutto controllato) e autocompiacenti che portano l’ascolto ad essere un po’ difficile e frammentario, ma certamente coerente; e se è vero che la formazione sa di essere brava e non si nasconde dietro a false modestie, cosa che per l’appunto la porta talvolta ad esagerare (soprattutto sui toni, se non sulla realizzazione stessa delle canzoni, che sembrano voler dimostrare una marcata disistima per la canonicità), brani come “Ordre De Mobilisation Générale”, col suo altalenare tra doom e gothic e delle ottime tastiere o la costruzione della conclusiva “Poisonne”, così supponente e flamboyant e dal finale tanto astratto quanto simbolico, sono dei piccoli gioielli nel loro genere. Probabilmente non tutti apprezzeranno la ‘carta’ di un disco come questo, ma se siete amanti del teatro e di una malinconia che tende a sfociare lentamente quanto inesorabilmente nel delirio, questo nuovo lavoro dei transalpini fa per voi.

TRACKLIST

  1. Prologue
  2. Serviteur du Roi
  3. Ordre de Mobilisation Générale
  4. Mangevers
  5. Gone on the Hoist (G.O.T.H.)
  6. Collectionneur de Poupées
  7. Géhenne
  8. Poisonne
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