7.5
- Band: WOUNDEAD
- Durata: 00:35:06
- Disponibile dal: 19/02/2026
- Etichetta:
- Despise The Sun
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Con “Once Buried They Come Back to Life”, i Woundead firmano un debutto che convince per coerenza e maturità. C’è qualcosa di elegantemente retrò nel primo full-length del gruppo italiano. Non si parla di eleganza in senso formale – qui il verbo è chiaramente un death metal ruvido, istintivo, in certi casi volutamente primitivo – ma di una cura per i dettagli che riporta a un modo di intendere il genere ormai abbastanza raro: resa sonora avvolgente, strumentisti che sembrano suonare gomito a gomito, nessuna sovrastruttura a smussare gli angoli. La produzione restituisce la sensazione fisica di una sala prove, con tutta la sua energia compressa e pronta a esplodere, ma senza sacrificare lucidità e impatto.
L’operazione dei Woundead non è quella, fin troppo comune, di replicare pedissequamente un suono “old school” secondo modelli oggi inflazionati. Piuttosto, la band sceglie di rifuggire certe derive underground contemporanee per andare a recuperare e rielaborare i dettami di un nome iconico e spesso trascurato come i Necrophagia di “Season of the Dead”. L’approccio ruvido, l’immaginario horror, quell’alone sulfureo e vagamente cinematografico che avvolge le composizioni: tutti elementi che affondano le radici nella tradizione più oscura del death metal primigenio. “Once…” evoca un passato remoto e lo rimodella con intelligenza, adattandolo a un songwriting che guarda appunto più ai tardi anni Ottanta che ai Novanta.
È proprio questa inclinazione a rendere il disco peculiare, tanto che l’impronta è riconoscibile fin dai primi minuti, grazie in primis a un ampio utilizzo dei midtempo: non come soluzione di comodo, ma come struttura portante. I riff si snodano in modo semplice ma disinvolto, senza fronzoli, eppure con una visione d’insieme decisamente nitida. Le chitarre costruiscono trame essenziali, a tratti quasi scarne, che trovano forza nella ripetizione e nella scansione ritmica, mentre la batteria lavora di sottrazione, privilegiando groove solidi e cadenzati rispetto alla velocità fine a sé stessa. Quando arrivano le accelerazioni – e arrivano – non sono mai buttate lì per dimostrare aggressività. Vengono piuttosto escogitate come variazioni dinamiche che ravvivano il tessuto dei brani, inserendosi con naturalezza e tornando poi a ricongiungersi alla base di partenza con fluidità. È un gioco ben calibrato, che testimonia un solido controllo compositivo.
Si percepisce insomma ispirazione autentica alla base di “Once…”, non soltanto conoscenza e rispetto dei classici. Diversi brani si imprimono nella memoria già dopo pochi ascolti, grazie a soluzioni melodiche sotterranee o a refrain strumentali che emergono con discrezione (vedi ad esempio un pezzo dalle trame più dilatate come “Festering Death”). Questo è l’elemento che traghetta l’album oltre il semplice esercizio di stile: si percepisce una personalità nel maneggiare la formula, una volontà di interpretare piuttosto che imitare. L’impressione positiva è quindi immediata e duratura: vuoi per la qualità intrinseca dei pezzi, vuoi per riferimenti stilistici meno scontati rispetto alla media della scena revivalista attuale. “Once Buried They Come Back to Life” si impone di conseguenza come un lavoro convincente a tutto tondo. Del resto, i Woundead sono composti da alcuni veterani dell’underground nostrano, e l’esperienza si sente in ogni passaggio. Nulla è lasciato al caso, anche sotto il vessillo di un tradizionalismo spinto. Il risultato è un debutto che guarda indietro con rispetto, ma cammina con passo sicuro nel presente.
