WOVENHAND – The Laughing Stalk

Pubblicato il 02/10/2012 da
voto
8.0
  • Band: WOVENHAND
  • Durata: 00:42:13
  • Disponibile dal: 10/09/2012
  • Etichetta:
  • Glitterhouse Records

David Eugene Edwards ha fatto un altro miracolo. Non solo ha partorito l’ennesimo album stupendo a marchio Wovenhand (siamo ormai giunti al sesto infallibile full-length), ma stavolta ha anche fatto il salto definitivo, quello che forse ci metterà l’anima in pace e ci farà sentire meno il dolore per la mancanza dei 16 Horsepower. “The Laughing Stalk”, infatti, introduce nell’impianto sonoro dei Nostri novità notevoli rispetto al passato, primo tra tutti un atteggiamento punky e rockeggiante inarrestabile e guizzante che fa di questo un disco non solo (neo)folk, ma, a tratti, rock a tutti gli effetti. Post-rock in questo caso, visto il soggetto e la band, ma molto energetico, frenetico e struggente, quasi anfetaminico nella sua viscerale urgenza, e sciamanico nel suo mistero conturbante e nel suo fascino quasi impenetrabile. Permane senza ombra di dubbio ovviamente tutta quella predominante costellazione di stili e mood neofolk, blues e country che stanno alla base del DNA unico e preziosissimo di questo fantastico progetto musicale ma, come si diceva poc’anzi, stavolta la faccenda si è ulteriormente complicata, e “The Laughing Stalk” ci sta offrendo nuovi squarci di umori e colori che mai ci saremmo immaginati possibili nel potenziale già sbalorditivo della creatura di Edwards. Il lavoro apre con un vero boato: “Long Horn” è un vero anthem psychobilly sanguigno e vorticoso che ricorda l’irruenza quasi strafottente dei Deadbolt e da lontanissimo anche gli ZZ Top di “Generator”. La canzone letteralmente trasuda il sangue e il sudore dell’entroterra americano proveniente dai rodei, dai ranch, dalle praterie e dal Mississippi rigonfio di melma e zanzare. Nel finale le chitarre elettriche ruggiscono come non si erano mai sentite fin dai tempi dei 16 Horsepower, e le percussioni si fanno paurosamente roboanti e insistenti, punk fino all’osso appunto, trasformando la canzone tutta in un puro zen di musica roots miscelata a rock and roll d’annata anfetaminico e sanguigno. Di lì in poi il disco, con umori altalenanti emotivamente ma mai calanti sotto il punto di vista dell’intensità, materializza un mosaico musicale struggente ed estremamente accattivante che rapisce in maniera quasi ipnotica. La title track è un gospel dannato ed impenetrabile che ancora una volta nel finale si trasforma in una ballatona folk maledetta e disperata. “In The Temple” addirittura va a lambire le coste neo wave-post punk psicotiche degli Swans, anche se con molta meno bile versata e con molta più delicatezza e tatto. “King O King” è quanto di più rock mai propostoci dal combo, e la batteria si lascia andare addirittura a tribalismi martellanti che ricordano da lontano i Kiling Joke di “Fire Dances” e a deliziosi, obliqui e grassissimi assoli di chitarra elettrica nella parte centrale che non sfigurerebbero affatto nella recente discografia dei Dinosaur Jr. Ovviamente ampissimo spazio è riservato quell’intimismo folk e psichedelico completamente dannato ed esoterico che è l’essenza del suono Wovenhand. Ne sono esempi lampanti la soporifera e ultraterrena “Closer”, dal sapore quasi mediorientale, la straniante “Maize”, dominata da una linea di pianoforte tagliente e cristallina che sembra rubata a Michael Nyman, e il gospel disperato di “Glistening Black”, che riporta entro territori più rock, ma dal taglio molto dark, quasi fosse in salsa Joy Division o Cocteau Twins. Insomma, un altro lavoro maestoso, crepuscolare e quasi cinematografico nel suo sbalorditivo modo di evocare umori e sensazioni di ogni sorta, da parte di una band che è sempre più stella polare di un certo dark indie (post)rock e neofolk moderno.

TRACKLIST

  1. Long Horn
  2. The Laughing Stalk
  3. In the Temple
  4. King O King
  5. Closer
  6. Maize
  7. Coup Stick
  8. As Wool
  9. Glistening Black
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