7.0
- Band: XASTHUR
- Durata: 01:09:08
- Disponibile dal: 09/07/2021
- Etichetta:
- Lupus Lounge
- Distributore: Audioglobe
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L’entità Xasthur, intesa come una delle più disarmanti e turpi espressioni del black metal americano, è morta e sepolta da oltre dieci anni. Il fondatore e unico membro Malefic, tuttavia, dopo aver cambiato monicker per alcuni anni, ha deciso di rimettere in pista il suo demone, pur tornando a usare il suo nome di battesimo e optando per nuovi, e ormai consolidati, binari musicali.
La dimensione attuale è quella di un folk rock acustico dai forti connotati politici e ridotto musicalmente all’osso, e che proprio nel suo approccio scarno ha il principale punto di forza. Potremmo definire i brani qui presenti come l’ideale colonna sonora di “Nomadland”, il film recentemente premiato agli Oscar che racconta la vita dei nuovi nomadi americani, coloro che hanno perso casa, lavoro e rete sociale – pur inventandosene una nuova e più vicina ai ritmi “naturali” della vita – come conseguenza della crisi economica e della feroce pressione del liberismo. Scott Conner, eterna anima di Xasthur, ha perso a sua volta la casa nel periodo di composizione di questo disco, e ha cercato di canalizzare la rabbia e lo sconforto in efficaci sfoghi, insieme poetici e profondi. Accompagnato da due amici al basso (minimale) e alle chitarre, Scott ci offre così uno sfaccettato spaccato di questo a volte poco riconosciuto mondo di derelitti, relegati ai margini della società anche come racconto. Nelle delicate e insieme complesse trame di chitarra – con non pochi passaggi affidati alla malinconia intrinseca delle 12 corde – troviamo echi del Tim Buckley meno visionario; mentre ascoltando i testi, più che lo scontato richiamo al Dylan di protesta, viene alla mente il più concreto ma non meno efficace Billy Bragg.
È un disco forse un po’ troppo lungo e omogeneo per risultare incisivo nella sua interezza, e come avrete intuito lontano anni luce dal black metal. Ma se negli anni avete imparato ad amare proposte limitrofe (scontato il riferimento ai connazionali Panopticon), non storcerete di certo il naso di fronte alla svolta “americana” di questo ex enfant prodige dell’estremo.
