7.0
- Band: YEAR OF THE COBRA
- Durata: 00:41:06
- Disponibile dal: 28/02/2025
- Etichetta:
- Prophecy Productions
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Coppia nella vita e nell’arte, i coniugi Barrysmith sono l’epicentro e gli unici rappresentanti degli Year Of The Cobra. Americani di Seattle, ricamano sonorità oscure senza utilizzo di chitarre dal 2015 e sono stati finora autori di due album, un EP e un paio di split, in una storia vissuta prevalentemente nelle limacciose acque dell’underground.
Come per altre formazioni che decidono di avere il solo basso a far rombare le ritmiche e ispessire i volumi della propria musica, gli Year Of The Cobra non hanno difficoltà alcuna a dare vigore al proprio discorso metallico, facilmente inquadrabile in una corrente doom/occult rock molto tradizionalista, senza troppi fronzoli, sperimentazioni, eccentricità.
Non c’è da stare troppo a perdersi in intellettualismi per assaporare quanto suonato da Amy Tung Barrysmith (voce e basso) e il marito Johanes (batteria), autorevoli interpreti di un suono asciutto, nitido, onesto e privo di altisonanti pretese, se non quelle di farci immergere nelle correnti più dense e immote del doom.
Chi vorrebbe da questo tipo di realtà qualche guizzo, la volontà di rielaborare anche solo moderatamente sonorità scolpite nella pietra, può passare tranquillamente oltre: aparte la mancanza di chitarre nell’album, infatti, “Year Of The Cobra” non ha dalla sua caratteristiche così peculiari da poter attrarre chi sia alla ricerca della ‘next big thing’ in ambito doom. Le cose vanno meglio se si segue con una certa attenzione certo doom/stoner ‘al femminile’ tipico dell’underground americano, quello di band come Acid King e Windhand, o l’ambito occult rock europeo di The Devil’s Blood, Jess And The Ancient Ones, Lucifer.
Gli Year Of The Cobra, nella strumentazione ridotta all’osso, già fanno professione di essenzialità: in effetti tutta la tracklist vive di strutture e arrangiamenti piuttosto minimali, una cornice di pesantezza e oscurità che interpreta doom e hard rock in ottica settantiana e ottantiana, sulla quale innestare la bella voce della cantante. Proprio la sua grazia sinistra e il talento nel cercare linee orecchiabili, sottilmente diaboliche, sono il principale motivo di attrazione per il disco, forse destinato a rimanere abbastanza anonimo se spogliato di una vocalità così carismatica. La Barrysmith ha carattere, magari non un timbro così distintivo, eppure basta anche solo il contrasto con la grumosità cicciosa del basso per dare un gusto sapido a tutto l’insieme, come appare ben calibrato e spontaneo il passaggio da linee più taglienti e gelide, ad altre accattivanti e meno ‘da strega’.
L’incedere ipnoticamente luciferino ci ricorda, oltre ai nomi spesi qualche riga sopra, gli inglesi The Wounded Kings durante il periodo con Sharie Neyland alla voce: un doom metal dal sapore esoterico, avvolto di uno strano alone di misticismo, come se la musica fosse il mezzo per officiare qualche maleficio. Il piglio degli Year Of The Cobra rimane però più rock, prevedendo momenti di facile presa, accanto ad altri più grevi e alle obbligatorie derive psichedeliche, a dire il vero per niente ingombranti né protratte troppo a lungo.
Ne esce un album che non sposta gli equilibri del mondo doom metal/hard rock contemporaneo ma, complice appunto la sobrietà delle idee e una messa in pratica che non fa il passo più lungo della gamba, si fa ascoltare assai volentieri. Il basso fuzzoso e le ritmiche pigre della batteria lasciano campo libero alle escursioni della voce, a nostro avviso efficace sia nelle interpretazioni più stregonesche (come l’apertura di “Full Sails”, “The Sleep”) che in quelle dal taglio più snello e rock (“Daemonium”, “7 Years”). Una moderata poliedricità, dunque, sfociante pure in singolari e non voluti richiami al gothic metal dei vecchi Lacuna Coil (epoca “Unleashed Memories”) durante “The Darkness”.
Nel passare in rassegna i brani, ci si accorge che la band eleva la caratura della sua proposta quando mette un attimo da parte le soluzioni di più facile presa e si porta su arie più assorte, leggiadre, come nella più dilatata e poetica “Alone”. L’affrancarsi da modelli di facile riferimento porta il duo a espandere la propria creatività, ad essere più libero ed è appunto in queste circostanze che si hanno le migliori soddisfazioni di ascolto.
Vero, l’ispirazione non raggiunge livelli di raffinatezza clamorosi e non siamo di fronte a un album che segnerà indelebilmente l’anno 2025: ma negli Year Of The Cobra ci sono qualità e gusto a sufficienza per farsi apprezzare da chi segue le sonorità doom al femminile e non si accontenta di ascoltare alla nausea i soliti nomi più noti.
